Nel Dna del riso africano la chiave per la ‘rivoluzione verde’


Nei geni anti-siccità la chiave per coltivare i deserti

 

 


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E’ nei 12 cromosomi e negli oltre 33.000 geni del riso africano una delle strade per trasformare in realta’ la cosiddetta ”rivoluzione verde”. La loro sequenza, pubblicata sulla rivista Nature Genetics, e’ stata completata grazie alla ricerca coordinata dall’universita’ dell’Arizona, alla quale l’Italia ha dato un contributo importante con la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e l’universita’ di Pisa.
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Rispetto al suo ‘parente’ asiatico (Oryza sativa), il riso africano (Oryza glaberrima) e’ una specie completamente diversa ed e’ meglio adattato a condizioni di stress, come quelle causate da siccita’ e suolo acido. Nei suoi geni, quindi, si nasconde l’arma segreta per combattere la siccita’ e la chiave che in futuro potrebbe rendere coltivabili zone aride e perfino deserti..
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“Si stima che la popolazione del pianeta raggiungera’ i nove miliardi di persone nel 2050” ed e’ ”sempre piu’ pressante la necessita’ di una seconda ‘rivoluzione verde”’, osserva Andrea Zuccolo, dell’Istituto di Scienze della Vita della Scuola Superiore Sant’Anna, che ha contribuito alla ricerca con Rosa Maria Cossu, ora all’universita’ di Pisa..
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”L’idea – aggiunge- e’ poter trasferire le caratteristiche di resistenza del riso africano al riso asiatico, il piu’ diffuso al mondo e quello che costituisce l’85% della dieta asiatica”. Si potranno selezionare, prosegue il ricercatore, ”vegetali che offrano rese due o tre volte superiori alle attuali e che richiedano limitate esigenze di acqua, di fertilizzanti e di pesticidi e’ sempre piu’ pressante. In questo senso, il riso e’ una delle specie piu’ promettenti”..
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I ricercatori hanno adesso ricostruito la storia della coltivazione di questa pianta importantissima per l’alimentazione e hanno finalmente tutti gli elementi per capire come e’ riuscita ad adattarsi ad ambienti estremamente difficili. Hanno scoperto, ad esempio, che il riso africano e’ stato coltivato a partire da una specie selvatica (O. barthii) circa 3.000 anni fa, nell’Africa occidentale lungo il fiume Niger, ossia circa 7.000 anni dopo la coltivazione del riso asiatico. I ricercatori hanno anche ricostruito che, in passato, antichissimi agricoltori hanno inconsapevolmente selezionato le stesse caratteristiche, sia nel riso africano sia in quello asiatico, per ridurre la perdita dei semi e aumentare la resa.


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