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Esopianeti, guida all’uso


La caccia al pianeta extrasolare abitabile è uno dei grandi temi della ricerca spaziale. Ma quali sono i fattori da tenere in considerazione nella ricerca del cugino planetario?


Abitabile o non abitabile? Questo è il problema per gli scienziati impegnati nella caccia all’esopianeta, quello con la E maiuscola su cui potrebbe essersi sviluppata una qualche forma di vita.

 Perché se da una parte le statistiche e le osservazioni con i telescopi ci dicono che di candidati potenziali è praticamente pieno l’universo, dall’altra le distanze astronomiche che ci separano dal nostro possibile obiettivo ci rendono la verifica delle sue effettive condizioni un’impresa, se non impossibile, sicuramente molto ardua.

 Non basta sapere che il pianeta candidato sia alla giusta distanza dalla sua stella, condizione che permette all’acqua, se presente, di scorrere allo stato liquidoVenere ad esempio si trova nella fascia di abitabilità ma è un mondo inospitale mentre Titano ed Europa, rispettivamente lune di Saturno e Giove, sebbene fuori dalla life zone sono i migliori candidati nel nostro sistema solare a ospitare la vita.

La questione ‘abitabilità’ è dunque molto più complessa: i fattori in gioco che si devono combinare affinchè si crei e si mantenga l’alchimia della vita, seppure in forma elementare, sono molteplici e sono di tipo geofisico e geodinamico. Giocano un ruolo l’intensità e il tipo di radiazione proveniente dalla stella madre, così come la sua attività.

 Un elemento fondamentale è poi la fase evolutiva in cui si trova la stella, dalla quale dipende la stabilità del sistema planetario. Un altro fattore, indispensabile, è la presenza di atmosfera sul pianeta, a sua volta legata alla massa dalla cui grandezza desumiamo se abbiamo a che fare o meno con un corpo di tipo roccioso.

 Prendiamo il recente caso dei tre pianeti scoperti dal team di Trappist, uno dei telescopi dell’ESO situato in Cile. Per la prima volta sono stati osservati dei mondi potenzialmente abitabili attorno a una nana rossa ultrafredda. La scoperta ha fatto notizia perché stelle di questo tipo sono molto comuni nell’universo e soprattutto – sempre parlando in termini astronomici – ce ne sono di molto vicine. Il 15 per cento degli astri che si trova nei dintorni del Sole è di questo tipo. La stella, battezzata Trappist-1 è a soli 40 anni luce dalla Terra e perciò gli astronomi sono riusciti a fare misure molto precise, nonostante la sua flebile luce. Ma parlando di abitabilità la situazione si complica.

 “L’abitabilità è influenzata da moltissimi fattori quali ad esempio l’età della stella. Nel caso di Trappist-1 – commenta Isabella Pagano, PI di Plato – Osservatorio di Catania INAF – non sappiamo quale sia la sua età, potrebbe avere diversi miliardi di anni. Sapere questo dato è importante per determinare il livello di attività della stella. Ci sono indicazioni che si tratti di una stella poco attiva, ciò segnerebbe un punto a favore dell’abitabilità dei tre pianeti. C’è poi da verificare la possibilità che ci sia stata tettonica a zolle, come anche il fatto che l’atmosfera sia mantenuta e quindi sostenibile nel tempo. Di tutto questo non abbiamo assolutamente alcun indizio al momento.”

Tuttavia, sebbene si tratti di sistemi molto diversi dal nostro – i tre pianeti orbitano vicinissimi al loro astro probabilmente in rotazione sincrona – a detta degli autori della scoperta si tratta degli unici luoghi in cui, con le tecnologie attuali, possiamo rivelare la vita su un esopianeta di dimensioni terrestri. Un aiuto in questo senso arriverà dai futuri telescopi.

 “Ad oggi – spiega Enrico Flamini, Chief Scientist ASI – non riusciamo ad avere una risoluzione spaziale, che sia da terra o dallo spazio, e un intervallo di frequenza in particolare nell’estensione dell’infrarosso, tali da permetterci di osservare l’eventuale presenza di un’atmosfera. Il James Webb Telescope, quando sarà in orbita, così come gli osservatori europei Cheops e Plato, oggi in fase di realizzazione, potranno dare una migliore statistica e allo steso tempo offrire una risoluzione spaziale superiore su alcuni di questi corpi e quindi permettere di capire se un’atmosfera c’è.

 Poi resterà l’ultima, fondamentale sfida. Raggiungere, una volta individuato, il presunto cugino planetario. Ma questa è davvero tutta un’altra storia.

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