This  sparkling picture taken by the NASA/ESA Hubble Space Telescope shows  the centre of globular cluster M 4. The power of Hubble has resolved the  cluster into a multitude of glowing orbs, each a colossal nuclear  furnace. M  4 is relatively close to us, lying 7200 light-years distant, making it a  prime object for study. It contains several tens of thousand stars and  is noteworthy in being home to many white dwarfs — the cores of ancient, dying stars whose outer layers have drifted away into space. In  July 2003, Hubble helped make the astounding discovery of a planet  called PSR B1620-26 b, 2.5 times the mass of Jupiter, which is located  in this cluster. Its age is estimated to be around 13 billion years —  almost three times as old as the Solar System! It is also unusual in  that it orbits a binary system of a white dwarf and a pulsar (a type of  neutron star). Amateur  stargazers may like to track M 4 down in the night sky. Use binoculars  or a small telescope to scan the skies near the orange-red star Antares  in Scorpius. M 4 is bright for a globular cluster, but it won’t  look anything like Hubble’s detailed image: it will appear as a fuzzy  ball of light in your eyepiece. On  Wednesday 5 September, the European Southern Observatory (ESO) will  publish a wide-field image of M 4, showing the full spheroidal shape of  the globular cluster. See it at www.eso.org on Wednesday.

L’enigma dello Scorpione


Un gruppo di stelle dell’ammasso globulare M4 sta andando incontro a invecchiamento precoce, fenomeno che metterebbe in crisi la moderna teoria dell’evoluzione stellare.


Mistero tra le stelle dello Scorpione. Stretta tra Bilancia e Sagittario, questa costellazione è una delle più brillanti del cielo, e pur non essendo molto estesa comprende diversi ammassi stellari.

Come M4, ammasso globulare poco concentrato ma luminosissimo, e ora culla di un nuovo enigma astronomico.

Secondo uno studio coordinato dalla Monash University in Australia, un grande gruppo di stelle all’interno di M4 starebbe andando incontro a una morte prematura: fenomeno che metterebbe in crisi la teoria dell’evoluzione stellare comunemente accettata.

La scoperta, pubblicata su Monthly Notices of the Royal Astronomical Society, è stata fatta grazie allo spettrografo ad alta definizione HERMES dell’Australian Astronomical Observatory.

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 I ricercatori hanno lavorato sulla composizione chimica delle stelle di M4, a partire dalla loro luminosità. I risultati sono stati sorprendenti: circa metà delle stelle analizzate hanno letteralmente saltato una fase stellare, quella delle giganti rosse, diventando direttamente nane bianche.

Questo significa un avvicinamento prematuro alla morte stellare. E non si tratta di un anticipo irrilevante: le stelle di M4 sono invecchiate milioni di anni prima del tempo, raggiungendo il loro ultimo stadio di vita con una rapidità mai osservata prima in alcun ciclo stellare.

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 Ancora più inspiegabile è che questo fenomeno stia avvenendo in una zona del cielo relativamente vicina a noi, e in un ammasso stellare ben noto agli astronomi. M4, scoperto per la prima volta da Jean-Philippe Loys de Chéseaux nel 1746, è stato infatti molto studiato fino a oggi perché è uno degli ammassi globulari più vicini e luminosi. Ma questo invecchiamento precoce delle sue stelle non era mai stato osservato prima.

 “Gli ammassi globulari – commenta John Lattanzio della Monash University e co-autore dello studio – sono tra i più vecchi oggetti dell’Universo. Nonostante abbiamo alcune idee su cosa avvenga al loro interno, ogni volta che guardiamo attentamente troviamo qualcosa di inaspettato. Questo è affascinante e frustrante al tempo stesso”.

 Frustrante, perché se questi risultati fossero confermati metterebbero in seria discussione il concetto stesso di evoluzione stellare: tra i modelli sviluppati fino a oggi, non ce n’è neppure uno che prevede la morte prematura di giovani stelle.

 Ecco che si apre una possibile nuova, affascinante linea di ricerca, per trovare una collocazione teorica a questi dati sperimentali.

 “Le simulazioni al computer sono in disaccordo con le nostre osservazioni – dice Lattanzio – e quindi serviranno nuovi modelli per capire meglio che cosa sta succedendo nel cuore di queste stelle”.

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