I MISTERI DEL MANOSCRITTO 512 E DELLA CITTA’ PERDUTA DI MURIBECA


Nella Biblioteca Nazionale di Rio de Janeiro (sezione manoscritti, opere rare), esiste un documento risalente al XVIII secolo, denominato “Manoscritto 512”, nel quale si narra della scoperta di una meravigliosa città perduta, dove vi erano case di pietra e amplie strade, oltre a numerose iscrizioni incise nelle rocce in una lingua completamente sconosciuta.

Il documento, che fu scritto dal religioso J.Barbosa, fu diretto al Vicerè del Brasile Luis Peregrino de Carvalho Menesez.

Il viaggio di esplorazione avvenne nel 1753, quando un gruppo di uomini, guidati da Francisco Raposo e João Silva Guimaraes, s’inoltrarono nelle foreste dell’attuale Stato brasiliano di Bahia.

Innanzitutto bisogna considerare che, circa 270 anni or sono, l’odierno Stato di Bahia era dominato da orde di Aimorés e Pataxò, nativi bellicosi le cui terre furono conquistate solo dopo molti anni. Avventurarsi all’interno della cosidetta “mata atlantica”, la selva tropicale che purtroppo ora è ridotta solo a piccoli tratti, era molto pericoloso.

Francisco Raposo era in cerca delle fantasmagoriche miniere d’oro e d’argento di Muribeca, la cui localizzazione fisica era sconosciuta.

La leggenda delle miniere di Muribeca risale al XVI secolo quando il portoghese Diego Alvarez fu l’unico soppravvivente di un disatroso naufragio presso la costa del Brasile.

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Fu salvato da alcuni indigeni Tupi-Guaraní e, nei mesi successivi, imparò l’idioma dei nativi e si sposò con una giovane, detta Paraguaçú. Alvarez ebbe vari figli e nipoti. Uno di questi, che visse a lungo con gli autoctoni Tupi, fu chiamato Muribeca. In seguito ad un viaggio nell’interno del continente, guidato da nativi Tapuais, Muribeca trovò una ricchissima miniera d’oro, argento, diamanti, smeraldi e rubini. Con il tempo organizzò lo sfruttamento della miniera e divenne ricchissimo, in quanto vendeva pepite d’oro e pietre preziose nel porto di Bahia (oggi Salvador). Il figlio di Muribeca, il cui nome era Roberio Dias, era molto ambizioso, e durante un viaggio in Portogallo, nei primi anni del 1600, chiese al re Pedro II il titolo di marchese.

Il re promise di concedere l’agognato titolo, ma solo se Roberio Dias avesse rivelato il segreto di suo padre e avesse consegnato le miniere alla Corona portoghese.

Roberio Dias accettò, ma quando la spedizione giunse a Bahia, poço prima d’iniziare il viaggio per le miniere, persuase l’ufficiale del re a farsi aprire la lettera che conteneva il titolo di marchese. Si rese conto invece che conteneva solo un titolo di poca importanza, ovvero capitano di missione militare. Si rifiutò cosi d’indicare il cammino per le miniere, e fu imprigionato per lunghi anni.

Quando morì, nel 1622, si portò con sè nella tomba il segreto dell’esatta ubicazione delle miniere trovate e sfruttate da suo padre, Muribeca.

Da allora molti partirono alla ricerca della favolosa vena d’oro, ma quasi tutti morirono nell’intento o tornarono senza aver raggiunto l’obiettivo del loro viaggio.

Il documento più importante sulle miniere di Muribeca apparve casualmente nel 1839, nel I Tomo del giornale dell’Instituto Storico e Geografico brasiliano. Si trattava del racconto del viaggio dell’avventuriero Francisco Raposo, avvenuto nel 1753.

Oltre ad aver trovato le famose miniere, Francisco Raposo giunse alle soglie di un’antichissima città, le cui mura ciclopiche e ampie strade lo affascinarono e spaventarono. Ecco un estratto del manoscritto:

Francisco Raposo partì al comando di diciotto coloni, e, dopo moltissime avventure, più in là di un enorme zona pantanosa, dovette attraversare delle aspre montagne. Una volta che riuscirono a passare dall’altra parte videro delle radure e in lontananza la selva vergine. Si inviò un manipolo di nativi in avanscoperta e quando tornarono riferirono di aver trovato le rovine di una città perduta.

Nel documento, si narra inoltre che gli avventurieri esplorarono la città perduta il giorno seguente. Entrarono meravigliati in una grande città di pietra, con muri ciclopici simili a quelli di Sacsayhuaman. Nella parte centrale dell’enigmatica città vi era una piazza con, al centro, un monolito nero molto alto, al culmine del quale vi era una statua di un uomo che indicava il nord. Ma ecco un altro passaggio dell’antica descrizione:

Esplorammo la zona e ci rendemmo conto che stavamo entrando in una città antica, disabitata. Camminavamo tra le rovine della città ed osservavamo trepidanti quelle case diroccate pensando che nel passato lontano dovevano essere state fervide d’attività. All’entrata vi erano tre archi. Quello centrale era molto più alto dei due laterali e riportava alcuni segni sconosciuti incisi nella pietra.

Quindi ci inoltrammo lungo le rovine della città ma non trovammo alcun segno di presenza umana recente. Tutto era abbandonato, da secoli, o forse da millenni. Al centro della cittadella vi era una piazza con la statua di un uomo che indicava il nord. In un lato della piazza c’era un grande edifício in rovina. Dall’aspetto esteriore sembrava essere un grande tempio caduto in rovina in seguito a un devastante terremoto. Davanti alla piazza principale scorreva un grande fiume, mentre dall’altra parte del corso d’acqua vi erano dei campi con una grande quantità d’animali:uccelli e caprioli, che stranamente non erano spaventati dalla nostra presenza.

Navigammo lungo il fiume per tre giorni e trovammo varie pietre dove erano incisi strani segni, simili a quelli nell’arco all’entrata della città. Ci trovavamo nella zona delle miniere in quanto era facile individuare grosse pepite d’oro sulle sponde del fiume.

A partire dalla scoperta del manoscritto, nel 1839, vari avventurieri si lanciarono nel profondo del Sertão alla ricerca della città perduta.

Uno di loro fu Teodoro Sampaio, che nel 1878 affermò di aver trovato, nella zona del Rio San Francisco, varie caverne con petroglifi e strane incisioni, ma non la mitica città.

Nel 1913 il tenente colonnello inglese O’Sullivan Beare dichiarò di essere giunto alle miniere di Muribeca, situate secondo lui nella sponda di destra del Rio San Francisco, a circa dodici giorni di cavallo da Salvador de Bahia. Disse anche di aver visto in lontananza le rovine della città perduta, quasi completamente occultate dalla spessa selva, ma ammise di non aver potuto avvicinarsi perché aveva finito i viveri e stava iniziando una tempesta.

Il colonello inglese Percy Fawcett, che ebbe l’occasione di conoscere Beare in Brasile, rimase affascinato dalla sua relazione e dall’analisi del documento 512.

Anch’egli pensò di cercare l’agognata città perduta di Muribeca, nell’attuale Stato di Bahia e quindi si decise ad organizzare una spedizione nel 1921.

In realtà Fawcett era interessato principalmente alla zona del Mato Grosso, per vari motivi.

Innanzitutto nei suoi viaggi precedenti aveva avuto modo di ascoltare varie leggende indigene che descrivevano caverne, antiche città, fortificazioni e strade pavimentate.

Inoltre aveva ricevuto in dono dall’amico scrittore Haggard, una statuetta particolare che proveniva dalla zona dello Xingú: in essa vi erano incise alcune strane lettere, che erano da lui state interpretate come “atlantidee”.

L’attenta analisi del manoscritto 512 e la leggenda di Muribeca, però, lo affascinarono a tal punto che, nel luglio del 1921, organizzò una spedizione in alcune zone remote dell’attuale Stato di Bahia, nell’intento di trovare la città perduta.

Esplorò la zona nell’occidente di Lençóis, nella remota Serra di Sincorá e Orobó dove supponeva si trovasse la mitica Muribeca. Nella zona chiamata Lapinha, Fawcett trovò molti petroglifi simili a quelli descritti nel Manoscritto 512, ma non riuscì a trovare l’agognata città perduta.

Qualche anno dopo, nella sua famosa spedizione del 1925, dalla quale non fece mai più ritorno, Fawcett decise di partire da Cuiabá, nel Mato Grosso, con l’idea di esplorare le terre del Rio Xingú, e poi, con direzione est, attraversare la Serra del Roncador, giungere al Rio Araguaia (lat 9 sud), fino ad arrivare al Rio Tocantins, per esplorare quindi la Serra Geral e giungere quindi sulle sponde del Rio San Francisco, nella zona originariamente indicata come il luogo dove sorgeva la città perduta di Muribeca, quella descritta nel Manoscritto 512.

L’esito della spedizione di Percy Fawcett, insieme al figlio Jack e all’amico Raleigh Rimmel è noto: i tre avventurieri scomparvero probabilmente vicino al Rio Culuene (affluente dello Xingu), mentre stavano dirigendosi verso la misteriosa Serra do Roncador.

Perché Fawcett non concentrò i suoi sforzi nella zona della leggendaria Muribeca, nelle vicinanze del Rio San Francisco?

A parte i racconti degli indigeni e la statuetta “atlantidea”, quale fu il motivo che lo spinse ad iniziare il suo ultimo viaggio nel Mato Grosso, tentando di esplorare una zona forestale smisurata, totalmente selvaggia ed abitata allora da tribù aggressive?

In effetti alcuni studiosi e ricercatori hanno avanzato l’ipotesi che la fantastica città perduta di Muribeca si trovasse molto più a nord-ovest rispetto al Rio San Francisco, forse sulle sponde del Tocantins, dell’Araguaia o addirittura dello stesso Xingù.

A mio parere la storia descritta nel Manoscritto 512 potrebbe essere stata veritiera, ma successivamente, l’intera città potrebbe essere stata inghiottita dalla Terra, in seguito a devastanti terremoti o lenti bradisismi, che avrebbero occultato per sempre il mistero della sua affascinate origine.

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