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La geoingegneria non ci salverà dal cambiamento climatico


Lo scorso dicembre, i governi di tutto il mondo hanno trovato un accordo per impegnarsi a limitare il riscaldamento globale a un massimo di 2°C oltre i livelli pre-industriali—possibilmente, 1.5°C. L’accordo di Parigi riconosce che, se queste politiche ambientali fallissero, le conseguenze sarebbero disastrose. Le parole, però, lasciano il tempo che trovano e alcuni scienziati ritengono che gli obiettivi prefissati siano già impossibili da raggiungere.

Non saremo mai in grado di tagliare a sufficienza le emissioni di anidride carbonica.

Siamo ben avviati a un mondo più caldo di almeno 2.7°C entro il 2100. Cominciamo a prendere in considerazione alcuni progetti che in passato sono stati denigrati come totalmente irrealistici, se non addirittura pericolosi. Tra questi, quello di succhiare CO2 dall’atmosfera—Il BECCS, per esempio.

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Ora, con le emissioni oltre ogni limiti e i nuovi ambiziosi obiettivi stabiliti a Parigi, una serie di approcci ritenuti quantomeno fantasiosi sono alla base di gran parte della discussione sull’argomento. Kevin Anderson, del Tyndall Center for Climate Change, nel Regno Unito, si riferisce a questi progetti come a “esotiche opzioni à la dottor Stranamore.” Molti attivisti e scienziati, del resto, sembrano consapevoli di aver cominciato ad amare la bomba.

“Quasi tutte le idee su come faremo a rimanere sotto la soglia dei due gradi centigradi hanno come premessa un numero negativo di emissioni,” ha spiegato a maggio Teresa Anderson, della NGO ActionAID, nel corso dell’ultimo incontro sul riscaldamento globale tenuto dalle Nazioni Unite a Bonn, in Germania.

Faceva riferimento al fatto che quasi tutti i progetti presi in considerazione dalle Nazioni Unite per limitare il riscaldamento prevedono che intorno al 2050 cominceremo a rimuovere grandi quantità di anidride carbonica dall’atmosfera, piuttosto che immetterle. Questo, però, richiederebbe lo sviluppo di una tecnologia totalmente nuova che permetta di catturare e immagazzinare il CO2, argomenta la Anderson, o l’impiego massiccio e su scala colossale di tecnologie disponibili, ma largamente non testate.

E non solo non sono testate, ma potrebbero avere conseguenze dirette disastrose.

È facile capire perché non tutti trovino pacifica la cosa. “Tecnologie per l’emissione negativa” si direbbe una cosa positiva, ma si riferisce al tentativo di correggere circa 100 anni di storia passati bruciando combustibili fossili a un ritmo vertiginoso. Riportare a terra tutta questa anidride carbonica potrebbe essere più difficile di quanto non sia stato immetterla nell’atmosfera e abbiamo meno di un secolo per riuscirci.

“Miglioramenti lineari dello status quo non saranno lontanamente sufficienti a raggiungere il traguardo,” mi ha detto Pete Smith, leader dell’Environmental Modelling Group dell’università di Aberdeen.

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“Sarà un mondo diverso,” ha aggiunto.

Smith e i suoi colleghi si occupano di modelli. Il loro compito non è ricercare e sviluppare nuove tecnologie, ma cercare di prevedere se e quanto queste tecnologie funzioneranno.

Nell’ambito di un articolo pubblicato nel 2016 su Nature Climate Change, Smith e gli altri hanno calcolato la quantità di terra, acqua, energia e soldi necessari a rimuovere l’anidride carbonica in molti dei progetti presi in considerazione dalle Nazioni Unite.

L’articolo sottolinea come ricorrere a BECCS—il metodo considerato in quasi tutti gli scenari esaminati dalle Nazioni Uniti e, parallelamente, quello di cui sono maggiormente preoccupati ad ActionAid—per contrastare gli attuali livelli di emissioni richiederebbe tra i 380 e i 700 milioni di ettari coltivati a biomassa, una superficie compresa tra la metà e la totalità dell’Australia. Richiederebbe anche, ogni anno, circa la metà del volume d’acqua del lago Ontario a fini di irrigazione e grossomodo 138 miliardi di dollari di investimento annuo.

Alcuni studi assumono che gran parte del midwest degli Stati Uniti—coltivato a granoturco e cotone—insieme all’Europa meridionale saranno dedicati alla produzione di queste nuove culture, ma la maggior parte si concentra sull’Africa e l’Asia dove sono disponibili grandissime fasce di terra intorno all’equatore. ActionAid ribatte che questi cambiamenti porteranno inevitabilmente a una grande insicurezza nella produzione alimentare e alla confisca coatta di terreni.

Esistono tecnologie alternative meno ricercate, ma potrebbero avere a loro volta problemi di scala. Per esempio, complessi che catturino l’anidride carbonica direttamente dall’atmosfera, tramite processi chimici—di fatto alberi sintetici—sono promettenti, ma attualmente esistono unicamente come prototipi che catturano circa una tonnellata di CO2 al giorno e ogni anno ne produciamo 40 giga tonnellate (40 miliardi di tonnellate).

“È necessario un mutamento radicale del modo in cui produciamo e consumiamo energia,” ha dichiarato Sabine Fuss, economista all’istituto di ricerca Marcator di Berlino, e tra gli autori del report pubblicato su Nature Climate Change. “Non abbiamo davvero precedenti a cui guardare, però.”

Il futuro qui descritto è in conflitto con i confini della realtà presente. Non c’è mai stata una trasformazione di questo natura nel corso della storia moderna e dipende dai processi decisionali delle stesse potenze mondiale che stanno tenendo incontri sul clima dal 1992, senza riuscire a mettersi d’accordo per ridurre le emissioni una singola volta.

Smith ha dichiarato che il report è stato scritto come monito per i politici, per assicurarsi che siano consapevoli di come sarà, presumibilmente, un futuro affidato alle tecnologie per le emissioni negative e di quanto poco desiderabile potrebbe essere. La chiusa dell’articolo specifica che proprio a causa dell’impatto distruttivo su terra, cibo ed energia, “il piano A deve piuttosto essere quello di ridurre immediatamente e aggressivamente le emissioni di CO2.”

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“La gente diceva che non avremmo dovuto affidarci alle tecnologie per le emissioni negative. Ora siamo costretti a un mondo in cui dovremo ricorrervi per forza: non riusciremo a rispettare l’impegno di non superare il grado e mezzo di riscaldamento limitandole e basta,” ha scritto.

Un futuro che dipende dal fatto che adotteremo volontariamente delle soluzioni potenzialmente irreversibili ci porta subito alla mente alcuni nemici di James Bond, quando non direttamente Mr. Burns. Nel 2009, La Royal Society ha pubblicato un report a proposito di BECCS e altre tecniche di cattura della CO2, insieme a piani come l’inseminare nuvole per tenere alla porta il sole. Questa non è ancora considerata una soluzione credibile, ma se non riusciamo neanche a rispettare gli obiettivi correnti cica le emissioni, chi può immaginare quale sarà un prossimo passo ragionevole?

Alla periferia del dibattito sui cambiamenti climatici serpeggiano idee ancora davvero incredibili per raffreddare i pianeta, come appunto l’inseminare nubi per riflettere i raggi solari o colpirle direttamente con laser.

Pensa che il dibattito scientifico circa le emissioni negative, specialmente tra le Nazioni Unite, abbia più che legittimato l’idea.

Mentre ci apprestiamo a fallire gli obiettivi che ci eravamo dati da soli, soluzioni che una volta sembravano assurde cominciano a sembrare promettenti. Gli scienziati non supportano ancora le tecnologie di emissione negativa, ma le studiano come extrema ratio. E i governi sono al corrente dello iato tra il taglio alle emissioni che hanno promesso e quello che sono riusciti a operare effettivamente. In qualche modo dovremo riuscire a restare sotto quei 2°C.

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