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Il mistero di Tunguska ha già una spiegazione, ci si interroga solo sui dettagli


Dopo oltre un secolo Tunguska continua ad essere considerato un evento misterioso, con tanto di suggestioni ufologiche. In realtà il fenomeno ha già una spiegazione, per quanto incompleta.


Più di un secolo fa una esplosione di dimensioni enormi squarciò il cielo sopra la regione di Tunguska in Siberia, la sua forza distruttrice piegò tutti gli alberi nel raggio di 50 chilometri dall’impatto.

L’oggetto che causò questo disastro il 30 giugno 1908 impattò ad una velocità di circa 53mila chilometri orari. L’effetto devastante viene paragonato a quello di 185 bombe di Hiroshima. Ancora oggi c’è chi parla di un evento misterioso, addirittura non sarebbe stato ancora individuato il cratere di impatto.

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Come tutti gli eventi di cui non si possono ancora avere dati che coprano sufficientemente tutti i “buchi”, di una ricostruzione non di meno ricca di dati e in grado di fornire predizioni adeguate, c’è chi  – come un creazionista che si aggrappa al cosiddetto anello mancante – usa questi buchi per giustificare le tesi più disparate, non preoccupandosi del fatto che siano meno probabili e più complesse da dimostrare. A nulla serve ribattere che tali spiegazioni al contrario di quelle “ufficiali” non riescono a presentare dati a loro supporto. Sostenere che gli scienziati non riescono a spiegare tutto non è una prova.

Nel 1973 i fisici Michael Ryan e Albert Jackson si inventarono la burla del buco nero come causa dell’evento di Tunguska. In sostanza secondo questi scienziati un piccolo buco nero attraversò la Terra. Avrebbe avuto un raggio di appena 0,15 nanometri, quindi non sarebbe stato – per nostra fortuna – nelle condizioni di poter risucchiare tutto il pianeta. Un oggetto passante attraverso la Terra avrebbe generato un “evento d’uscita”, analogo al foro d’uscita di un proiettile che penetrasse un cranio. Questo però implicherebbe anche l’esistenza di due Tunguska in zone opposte della superficie terrestre.

Le caratteristiche in larga scala dell’evento di Tunguska ricordano parecchio le conseguenze di una esplosione nucleare. Pensiamo solo ai resti carbonizzati degli alberi inclinati dalla potenza della detonazione. Questo implicherebbe che qualcuno nel 1908 conoscesse già la fissione nucleare. O forse è quel che vogliono farci credere. César Sirvent formulò l’ipotesi di una cometa ricca di deuterio,  ma in quel caso l’energia nucleare rilasciata sarebbe trascurabile. Non basta sparare materiale radioattivo a velocità pazzesche, bisogna infatti che si generi scientemente una reazione a catena. Oltretutto una cometa contenente abbastanza deuterio da rendere credibile l’ipotesi di Sirvent, andrebbe contro tutto ciò che sappiamo sulla composizione di questi corpi celesti.

Non poteva mancare il coinvolgimento degli extraterrestri. L’ipotesi aliena è tanto suggestiva che X-Files dedicò un episodio all’evento di Tunguska. Esistono diverse tesi, come quella del disco volante che entrando in collisione con la Terra fece qualcosa per evitare un disastro ancora più grande. Questa ricostruzione ricorda in maniera imbarazzante il romanzo fantascientifico di Alexander Kazantsev, ispirato dalla sua visita a Hiroshima: nella storia una nave marziana a propulsione nucleare esplode a mezz’aria, dopo aver tentato di fare rifornimento in un lago vicino.

La versione “ufficiale”

In realtà parlare di versioni ufficiali è sempre fuorviante, fa pensare a dogmi imposti per nascondere verità inconfessabili. Queste possono apparire opinabili se i sostenitori delle tesi alternative omettono spesso dati a loro supporto, facendo cadere tesi riguardanti buchi nella teoria che invece non esistono, perché sono stati nel mentre ampiamente coperti. Nel caso di Tunguska abbiamo almeno tre esempi.

Tutta l’aneddotica e le immagini relative al caso vennero già poste in discussione, si ricorda in particolare il lavoro dello studioso russo Leonid Kulik, le cui spedizioni nel corso degli anni ’20 e ’30 non servirono comunque ad arrivare a capo della questione. Una delle bufale su cui si regge la tesi del “mistero” è che non sia stato trovato mai il cratere d’impatto dell’asteroide o frammento di cometa. Dal 1991, quando i ricercatori dell’Università di Bologna non si interessarono anch’essi a Tunguska. Si sono fatti notevoli passi avanti, culminati nel 2007, quando finalmente a circa otto chilometri da quello che gli studiosi avevano predetto essere il punto di impatto, viene individuato il lago Cheko: piccolo specchio d’acqua del diametro di 500 metri, formato proprio da un cratere; si ritiene sia stato generato dall’impatto di un frammento di meteorite, esploso nell’atmosfera verosimilmente a circa dieci chilometri d’altezza. In seguito sono stati eseguiti dei carotaggi nel fondale del lago, i materiali presenti non fanno che confermare.

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Andrei Zlobin del Vernadsky state geological museum di Mosca ha potuto analizzare dei frammenti provenienti dal fiume Khushmo, già esaminati nel 1988. Confrontati con campioni, raccolti nelle aree limitrofe al lago Cheko, confermano l’impatto di un corpo celeste. Ricerche successive, correlate anche da elaborazioni matematiche, non escludono la possibilità che l’oggetto fosse il frammento di una cometa.

Nel febbraio 2013 una pioggia di meteoriti interessa particolarmente la località di Chelyabinsk, in Russia. Nel mese di ottobre dello stesso anno viene rinvenuto l’oggetto. Anche in questo caso le tesi ufologiche devono soccombere di fronte ai fatti.

Ci sembra che la cosiddetta versione ufficiale fornisca già sufficienti dati, ed è capace di essere predittiva; tant’è vero che scoperte successive la confermano, mentre le versioni alternative – oltre a poggiare sui buchi della versione ritenuta più probabile (alcuni di questi inventati o coperti successivamente)  – non presentano dati sufficienti a loro supporto, proponendo ricostruzioni decisamente meno probabili e semplici.

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