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Il nuovo dinosauro con le zampe corte da T. rex


Il carnivoro della famiglia dei teropodi era lungo diversi metri, ma con arti anteriori ridotti, simili a quelli del tirannosauro. La prova che le piccole “braccia” furono più volte favorite dall’evoluzione.


Cacciatori di fossili in Argentina hanno riportato alla luce i resti di un dinosaro carnivoro con possenti zampe posteriori, piccoli arti anteriori e artigli di due dita. Sembra la descrizione di un T. rex, invece si tratta di un teropode di una nuova specie, vissuto 90 milioni di anni fa, distante parente del tirannosauro, ribattezzato Gualicho shinyae.

 Il bestione che si spostava sugli arti posteriori era lungo sei-sette metri, pesava 450 kg ma aveva zampe anteriori molto ridotte, lunghe come le braccia di un bambino e con solo due dita, come si legge nell’articolo pubblicato su PLOS ONE.

Poiché i primi teropodi avevano cinque dita primitive, e i T. rex sono solo lontanamente imparentati con la nuova specie, il ritrovamento è un’ulteriore conferma del fatto che le zampe corte furono più volte e in contesti diversi favorite dall’evoluzione. E che quindi a qualcosa dovevano servire. «Questo animale e il T. rex non si sono evoluti da un antenato con gli arti anteriori corti. Il loro antenato aveva zampe più lunghe», spiega Nathan Smith del Natural History Museum di Los Angeles, tra gli autori dello studio.

 «Questo sembra essere un tratto comune nell’evoluzione dei teropodi», aggiunge Stephen Brusatte, dell’università di Edimburgo. «La cosa interessante sul Gualicho è che non solo è un altro esempio di teropode con le braccia corte, ma è anche un teropode primitivo che accorciò i suoi arti in un modo molto simile ai tirannosauri.»

A cosa servisse il “braccino corto”, tuttavia, non è dato saperlo. Un’ipotesi è che questi dinosauri usassero maggiormente le fauci per catturare le prede, e che gli arti anteriori, non essendo sfruttati, si siano con il tempo ridotti. Ma uno scopo dovevano pur averlo, altrimenti sarebbero probabilmente spariti del tutto.

La differenziazione del numero di dita tra teropodi fa comunque pensare che le spinte evolutive all’origine della trasformazione siano state molteplici. La nuova scoperta aggiunge un tassello a un puzzle che rimane complesso.

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