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Le estati future sulle Alpi


Siamo ormai abituati a pensare che in un futuro purtroppo non molto lontano gli effetti del riscaldamento globale porteranno in Europa estati sempre più torride e precipitazioni più rade. Sebbene queste previsioni siano supportate da simulazioni con modelli climatici globali ed osservazioni empiriche che le validano su scala molto ampia, esse potrebbero non valere per le zone alpine. Le future estati potrebbero essere infatti tutt’altro che aride, bensì soggette a un significativo incremento delle precipitazioni, in particolare ad alte quote, e quindi anche di eventi estremi come gravi inondazioni.

A suggerirlo uno studio pubblicato nientemeno che su Nature Geoscience, da un team di ricercatori del Centro Internazionale di Fisica Teorica “Abdus Salam” (ICTP) di Trieste, che ha elaborato un modello a scala regionale che utilizza una risoluzione spaziale molto più dettagliata, permettendo agli scienziati di notare alcune differenze importanti che interesseranno la zona alpina. Risultati che sono stati finora confermati anche da osservazioni empiriche, confrontando le previsioni con i dati attuali delle precipitazioni di alcune aree alpine. Il modello ha preso in esame tre scenari: la situazione da qui al 2030, il periodo dal 2030 al 2070 e infine che cosa accadrà nell’ultimo trentennio del secolo.

«L’elemento di novità di questo modello è proprio l’elevata risoluzione» spiega Filippo Giorgi, uno dei ricercatori che ha coordinato lo studio. «I modelli climatici globali presentano oggi un livello di dettaglio di circa 100 chilometri, che in realtà non rende conto delle peculiarità delle zone alpine. Le montagne, per capirci, risultano ‘smussate’ e quindi simili a colline, rendendo impossibile una caratterizzazione propria degli effetti climatici. Noi invece abbiamo utilizzato un modello a scala regionale con una risoluzione molto più alta, circa 10 chilometri, che ci ha permesso di rilevare un segnale estivo completamente differente».

Il modello climatico in questione è il RegCM4, sviluppato dal centro triestino e rinomato a livello internazionale, e può essere adoperato in un ampio contesto di ricerche, dagli studi di processi climatici regionali, alla paleoclimatologia, fino alle simulazioni del clima futuro. Attualmente è usato da una larga parte della comunità scientifica, inclusi in particolare i ricercatori provenienti dai Paesi in via di sviluppo.

«Con questo non significa che le zone alpine non subiranno gli effetti del riscaldamento climatico – prosegue Giorgi – ma che le conseguenze di questi cambiamenti si differenziano da zona a zona e che vanno considerati con attenzione». La ragione dell’aumento della piovosità a quote elevate sta infatti proprio nell’aumentato riscaldamento estivo ad alta quota che, unito a una maggiore umidità, genera precipitazioni convettive più intense. Se da una parte questo implica un aumento della disponibilità idrica nella regione in estate, dall’altra si amplifica il rischio di eventi distruttivi estremi, come inondazioni, particolarmente preoccupanti nelle zone montane. «In altre parole gli eventi estremi si riveleranno assai più intensi rispetto a oggi. Questo rappresenta sì un vantaggio in termini di disponibilità di acqua ma anche un enorme fattore di rischio per la messa in sicurezza di alcune zone» conclude Giorgi. «Ora sarebbe interessante vedere se le nostre conclusioni, che mettono in discussione il quadro offerto dai modelli globali per le aree caratterizzate da sistemi montuosi complessi, possano essere applicate ad altre aree montane del pianeta».

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