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Giove, la Grande Macchia bollente


Un team internazionale di scienziati ha osservato Giove nelle lunghezze d’onda dell’infrarosso, scoprendo che le temperature più elevate misurate in alta quota corrispondevano alla posizione della Grande Macchia Rossa, l’uragano plurisecolare del gigante gassoso. I risultati sull’ultimo numero di Nature.


La tempesta più lunga della storia dura da almeno 300 anni. Stiamo parlando della Great Red Spot, la “Grande Macchia Rossa” che imperversa a 22° sotto l’equatore di Giove.

 Visibile dalla Terra anche con telescopi amatoriali, questa tempesta anticiclonica fu probabilmente avvistata già a metà del 1600; ma è grazie alla missione NASA Voyager 1 del 1979 che abbiamo ottenuto la sua prima immagine dettagliata. Da allora sono stati fatti moltissimi studi su quello che è stato spesso definito un ‘uragano perpetuo, che nel corso dei secoli ha cambiato colore e dimensioni fino a raggiungere una grandezza tale da contenere tre pianeti delle dimensioni della Terra.

 Ora un nuovo studio pubblicato su Nature fornisce un’affascinante analisi del grande potere della macchia rossa gioviana, che sarebbe in grado di nutrire la misteriosa fonte di energia necessaria per riscaldare l’atmosfera superiore di Giove.

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I turbolenti flussi atmosferici misurati sopra alla Grande Macchia Rossa di Giove sembrano essere responsabili del riscaldamento degli strati più alti della sua atmosfera, arrivando fino a 800 km oltre la superficie visibile ad occhio nudo.

 Per fare un paragone con ‘casa’ nostra, pensiamo che la luce del Sole che raggiunge la Terra può riscaldarne l’atmosfera fino a un’altezza di oltre 400 chilometri, dove orbita la Stazione Spaziale Internazionale.

 Giove è circa 5 volte più distante dal Sole rispetto alla Terra, eppure la sua atmosfera superiore ha temperature in media comparabili con quelle che troviamo sul nostro pianeta. Com’è possibile? La fonte ‘non-solare’ dell’energia responsabile per il riscaldamento è rimasta per anni un enigma.

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Un’immagine ottenuta grazie al telescopio Infrared Telescope Facility. Le regioni luminose ai poli corrispondono alle emissioni aurorali, alle medie e basse latitudini il contrasto è stato aumentato per migliorare la visibilità. La linea scura verticale al centro dell’immagine indica la posizione della fessura dello spettrometro utilizzato, che è stato allineato all’asse di rotazione di Giove.

 Questa nuova ricerca, coordinata dal Center for Space Physics dell’Università di Boston, potrebbe risolvere il mistero una volta per tutte.

 “Abbiamo mappato la distribuzione del calore sull’intero pianeta – spiega James O’Donoghue, primo autore dello studio – a caccia di anomalie che potessero indicarci la provenienza dell’energia extra. Abbiamo così scoperto che il picco di calore si trovava in corrispondenza della Great Red Spot: una coincidenza o un indizio?”

Per rispondere con certezza alla domanda serviranno altre indagini, ma gli astronomi sono fiduciosi di essere arrivati finalmente vicini alla soluzione.

 Risolvere una ‘crisi energetica’ che riguarda un pianeta distante ha importanti ricadute anche sulla comprensione dell’intero Sistema Solare: dilemmi simili investono infatti Saturno, Urano e Nettuno, e si estendono probabilmente a tutti gli esopianeti giganti di altri sistemi planetari.


Leggi su Nature l’articolo “Heating of Jupiter’s upper atmosphere above the Great Red Spot”.

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