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Il colore della pelle racconta la vita dei dinosauri


La ricostruzione della pigmentazione di un piccolo dinosauro vissuto agli inizi del Cretaceo, lo psittacosauro, ha permesso di risalire all’ambiente in cui viveva. I suoi colori gli permettevano di mimetizzarsi bene nell’illuminazione diffusa tipica delle foreste, e sfuggire così ai predatori.

La definizione della pigmentazione di un piccolo dinosauro del Cretaceo, lo psittacosauro, ha permesso di scoprire che viveva in un ambiente a fitta foresta. Per arrivare a questa conclusione, Gerald Mayr del Museo di storia naturale di Francoforte e i suoi colleghi dell’Università di Bristol hanno usato tecniche di analisi innovative descritte in un articolo su “Current Biology”.

Il ventre dell’animale era chiaro, mentre il petto era scuro e il dorso ancora più scuro. La testa era fortemente pigmentata e così pure le due protuberanze a corna che la ornavano. Il tessuto di queste protuberanze era molle e ciò suggerisce avessero una funzione di segnalazione e non di difesa.

La scoperta è stata possibile grazie all’eccezionale stato di conservazione di un esemplare scoperto nella regione di Jehol, nella Cina nord-orientale e conservato al museo di Francoforte. I ricercatori hanno dapprima analizzato i resti di pigmenti presenti nelle varie parti del corpo dell’animale per poi ricostruirne un simulacro in scala reale.

A questo punto hanno fotografato la ricostruzione dello psittacosauro in diverse condizioni di illuminazione. I modelli di pigmentazione degli animali sono infatti strettamente legati all’ambiente in cui vivono e mirano a ridurre al minimo la possibilità di essere notati dai predatori.

Gli animali marini, per esempio, hanno il ventre chiaro che, visto da sotto, non permette di distinguerli nella luce del Sole che arriva dall’alto, mentre il dorso scuro li nasconde alla vista dei predatori che sono più in superficie.

Negli animali terrestri la situazione è più complessa. In un ambiente aperto, come una savana o una prateria, la luce diretta provoca ombre nette e per questo gli animali hanno

spesso una pigmentazione che sul dorso presenta transizioni di colore marcate. Fra gli animali che vivono nelle foreste, dove  la luce è più diffusa, non si osservano invece questi bruschi passaggi di colore.

L’analisi delle ombre prodotte dal modellino di psittacosauro nelle diverse condizioni di illuminazione ha confermato che la sua colorazione era perfettamente adatta a un paesaggio forestale.

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Frammento fossile della coda di psittacosauro in cui si possono vedere le setole che la ornavano.

In un secondo articolo – pubblicato anch’esso su “Current Biology” –  Mayr e colleghi descrivono un’altra caratteristica dello psittacosauro, le lunghe appendici setolose che ornavano la sua coda. Dalle analisi condotte è risultato che sono molto simili alle “barbe” che si trovano sul petto degli odierni tacchini e a quelle della parte anteriore della corona che orna la testa degli animidi, una famiglia di uccelli imparentati con anatre e oche che conservano ancora tratti primitivi.

“Finora non era chiaro se le setole dello psittacosauro fossero paragonabili alle piume e penne degli uccelli moderni. Il confronto con le setole del tacchino mostra che questi annessi cutanei fossili possono essere considerati i precursori evolutivi di piume “, ha detto Mayr.

Dal momento che la coda era solo parzialmente ricoperto di setole, riunite in piccoli gruppi, è difficile che avessero una funzione di isolamento termico, e più probabilmente avevano anch’esse una funzione di comunicazione.

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