Quello sguardo nel vuoto che precede il lampo di genio


Un attimo prima che nel nostro cervello si accenda la lampadina sbattiamo le palpebre e guardiamo nel vuoto, sostiene uno studio. Perché per risolvere un problema bisogna distanziarsene.


Insight, lampo di genio, Eureka. Ha molti nomi ma succede sempre allo stesso modo: un momento siamo impantanati in un problema e quello dopo aha!, la soluzione arriva all’improvviso. Come se il nostro cervello avesse pensato per conto suo lasciandoci del tutto all’oscuro, diversamente da quanto accade quando il ragionamento è analitico. Il tema del problem solving è stato al centro della corrente psicologica della Gestalt negli anni ’30, ma nel giro di un ventennio, con l’avvento del cognitivismo, l’interesse della scienza è migrato verso processi come l’attenzione, la memoria, il linguaggio. È riaffiorato solo nei primi anni 2000, quando la creatività è tornata di moda nei laboratori ma anche nelle aziende, dove – complici gli studi di Teresa Amabile, docente di Harvard – si è fatta strada come risorsa ambita e valorizzata.

L’approccio di psicologia e neuroscienze allo studio della creatività – dunque di problem solving e insight – si è trasformato soprattutto con il lavoro degli scienziati Edward Bowden, Mark Beeman e John Kounios. L’intuizione di combinare risonanza magnetica ed elettroencefalogramma ha permesso di localizzare le aree cerebrali che si attivano quando abbiamo un lampo di genio e di stabilire con estrema precisione quando accade. Mentre nel cervello “si illumina la lampadina”, ad accendersi è in particolare il giro temporale superiore, nell’emisfero destro.

Eppure una manciata di millisecondi prima dell’insight, il lobo occipitale (la porzione del cervello che elabora la visione) è attraversato da onde alfa, le onde cerebrali tipiche di un pensiero “inattivo” come quando siamo in dormiveglia. Per quanto strano possa sembrare, nel momento prima di un lampo di genio la nostra corteccia visiva è meno attiva. Aneddoticamente non è certo una novità. Il pittore Paul Gauguin diceva «Chiudo gli occhi per vedere» e faceva bene: quando arriviamo alla soluzione per insight, circa nove volte su dieci è quella giusta.

I primi studi sul fenomeno avevano già ipotizzato che si trattasse di una strategia del nostro sistema cognitivo per focalizzarsi di più sul problema. Riducendo la quantità di informazioni che arriva dall’esterno evitiamo distrazioni e possiamo rivolgere tutta l’attenzione verso l’interno. Ma la questione è rimasta aperta: dove guardiamo quando siamo alla ricerca di un’idea, una risposta, un’intuizione?

«Abbiamo voluto confermare questa teoria studiando i movimenti oculari nel nostro ultimo studio (condotto insieme a Bowden)», spiega a pagina99 Carola Salvi, ricercatrice della Northwestern University di Chicago che studia i meccanismi neurali alla base della creatività e del problem solving. «Se la teoria era corretta, gli occhi avrebbero dovuto “mimare” il blocco messo in atto dal cervello, filtrando fisicamente le informazioni visive. Ed è proprio quello che abbiamo trovato, specialmente monitorando i blink, gli ammiccamenti, e la direzione dello sguardo».

Sbattere le palpebre serve a lubrificare il bulbo oculare, ma per decenni è passata inosservata l’idea che potesse avere funzioni diverse oltre a quella fisiologica. Solo di recente il blink ha riscosso interesse a livello neurocognitivo, ed è stato riconosciuto come il biomarker di altri processi. «Ci siamo accorti che subito prima di risolvere un problema per insight le persone ammiccavano più spesso, mentre non succedeva quando arrivavano alla soluzione con un ragionamento analitico». Un po’ come se il cervello si preparasse alle due strategie in modo diverso.

Seguire gli occhi con l’eye tracker, una macchina che registra il riflesso corneale e quello pupillare, ha anche confermato che subito prima del lampo di genio tendiamo a guardare nel nulla. A chi non è capitato di estraniarsi e fissare il muro, inconsapevolmente alla ricerca della soluzione? «Abbiamo registrato dove guardavano le persone mentre risolvevano un problema», continua Salvi. «Avevano di fronte uno schermo bianco con al centro tre parole e dovevano trovare la quarta che formasse con tutte una parola composta. Per esempio danno, lavoro e giro, da completarsi con “capo”: capodanno, capolavoro, capogiro). Terminato il test dovevano dirci come avevano risolto il problema: così abbiamo scoperto che quando le persone risolvono con un ragionamento analitico tendono a guardare per più tempo e con maggior frequenza le parole, mentre quando è in arrivo un insight guardano il vuoto, in questo caso lo spazio bianco sullo schermo».

Ed è proprio negli ultimi secondi a disposizione per dare la risposta, quando il lampo di genio sta per arrivare, che i nostri occhi guardano “il nulla”. Una rivincita per tutte le volte che a scuola il nostro sguardo ha vagato tra lavagna e muro, all’inconsapevole ricerca di una soluzione, salvo poi essere richiamati all’ordine dall’ “occhi sul compito!” dell’insegnante.

Quando non riusciamo a risolvere un problema, pensare ad altro aiuta. «Potremmo dire che facilita la formazione di soluzioni creative: recuperiamo frammenti di memoria e li facciamo quadrare», dice Salvi. Non a caso quando un problema ci affligge gli amici ci consigliano di dormirci su e molti di noi hanno avuto le migliori idee sotto la doccia. Mentre l’acqua scorre siamo indisturbati, liberi di ripercorrere le informazioni e di combinarle in modo diverso, cercando nuovi accostamenti e uscendo dagli schemi, dall’impasse. Think outside the box: ci allontaniamo dal problema e lo guardiamo da un punto di vista diverso, creativo.

«Esiste una forte connessione tra l’essere sovrappensiero e la creatività», conferma Salvi. «Anche quando la nostra mente vaga, con il mind-wandering, ammicchiamo più spesso: si riduce l’analisi visiva dell’ambiente circostante e la nostra attenzione è rivolta verso l’interno». Ma se il problema da affrontare è la memoria e dobbiamo ricordarci qualcosa? Anche qui non c’è spazio per il caso: gli occhi mimano gli stessi movimenti che hanno fatto quando hanno codificato l’informazione, in modo da “richiamare” la scena vista.

Uno degli studi più famosi è stato pubblicato nel 2001 da Michael Spivey e Joy Geng: i partecipanti dovevano guardare uno schermo bianco e immaginare una scena che gli veniva descritta in cuffia, o richiamare alla memoria oggetti che avevano visto poco prima ma non erano più presenti sulla scena. Nel primo caso gli occhi guardavano proprio nella direzione indicata, «c’è un albero a destra di un lago» e lo sguardo andava a destra. Nel secondo alla domanda «cosa c’era in alto a destra?» gli occhi subito raggiungevano quella parte dello schermo, ora bianca, con gli stessi movimenti fatti poco prima quando c’erano delle immagini.

Curiosi? Provate anche voi la prossima volta che avrete davanti la tastiera del computer. Distogliete lo sguardo, portatelo su un oggetto rettangolare e richiamate alla mente la posizione della lettera Q sulla tastiera. Dove andranno i vostri occhi, quasi “automaticamente”?

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