Il metano ha dato una mano alla Terra?


Nella storia passata del Pianeta l’effetto serra è stato utile. Consentendo agli oceani di mantenersi allo stato liquido e d’incubare la vita. Lo afferma uno studio USA sul paleo clima terrestre, che indaga sul contributo del metano.


Un pianeta ghiacciato. Ecco come probabilmente si presenterebbe oggi la Terra, se una miscela di gas serra non avesse in passato contribuito a riscaldarne il clima.

Lo afferma uno studio del NASA Astrobiology Institute dell’University of California, Riverside, condotto in collaborazione con il Georgia Institute of Technology di Atlanta, e pubblicato sui Proceedings of the National Academy of Sciences(PNAS).

In passato, nel periodo compreso tra circa 1,8 miliardi e 800 milioni di anni fa, il riscaldamento globale, uno dei maggiori problemi della Terra ai giorni nostri, è stato quasi un toccasana. In particolare per i primitivi oceani, che non erano estesi come quelli attuali.

Il pallido Sole, ancora troppo giovane, non scaldava, infatti, a sufficienza il Pianeta. Furono i gas serra a intrappolare il calore necessario a mantenere le acque allo stato liquido. Condizione necessaria per la comparsa della vita.

Secondo gli astrobiologi USA, il metano, considerato da sempre uno dei maggiori gas serra, aveva, però, un nemico giurato. Più pericoloso dell’ossigeno, quasi del tutto assente per gran parte della storia climatica del Pianeta. Si tratta dei solfati, prodotti ad esempio dalla degradazione di minerali, che riducevano la percentuale di metano atmosferico.

Come giustificare, allora, il ruolo del metano nel cosiddetto global warming? Secondo gli autori, bisogna tenere conto anche del metano prodotto dai primi microrganismi acquatici. E della degradazione dei solfati, sempre ad opera di microrganismi, che li utilizzavano per ricavarne energia.

“I modelli del paleoclima terrestre spesso ignorano quel che accade negli oceani, dove la maggior parte del metano è prodotto da batteri specializzati, che decompongono la materia organica”, spiega Stephanie Olson, dell’University of California, Riverside, prima firmataria della ricerca.

Gli studiosi USA hanno creato nuovi modelli climatici, in cui hanno analizzato i cicli di degradazione dei solfati e di produzione del metano, dividendo la superficie oceanica in 15mila griglie tridimensionali. “Un lavoro – affermano gli autori – che non era mai stato fatto in precedenza”.

“Il metano domina molte delle discussioni sulla ricerca di forme di vita su Marte – conclude Timothy Lyons – uno dei firmatari dello studio su PNAS -. Se, infatti, trovassimo metano su un esopianeta, questo diventerebbe uno dei migliori candidati a ospitare la vita. Ma il metano, da solo, non basta a rendere abitabile un pianeta”.

Per questo, gli astrobiologi stanno adesso sviluppando ulteriori modelli per stimare il mix corretto di gas serra, oltre il metano – come vapore acqueo, ossidi di azoto o anidride carbonica -, in grado di garantire un benefico effetto serra alla Terra primordiale.

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