Dalla luce ultravioletta i mattoni della vita


Nelle nubi di gas e polveri i precursori della vita si formano grazie alla luce ultravioletta emessa dalle stelle. Lo dimostrano le analisi delle osservazioni compiute fino al 2013 dal telescopio spaziale Herschel sulla Nebulosa di Orione.


Dalla polvere di stelle si originano i mattoni della vita. Siamo nella regione di formazione stellare più vicina al Sistema solare, una delle più luminose del cielo notturno. E tra le più studiate. Ci troviamo nella Nebulosa di Orione (M 42), a circa 1500 anni luce dalla Terra. Qui gli astronomi hanno scoperto che la luce ultravioletta emessa dalle stelle ha un ruolo chiave nella formazione dei precursori della vita.

In questa famosa nebulosa, al centro della cosiddetta Spada di Orione, grazie all'analisi dei dati del telescopio spaziale Herschel dell’ESA – che ha smesso di fare scienza nel 2013, ma le cui osservazioni sono tutt’ora oggetto di analisi da parte degli studiosi-, gli astronomi della NASA hanno individuato una sorprendente emissione di luce da parte di atomi di carbonio ionizzati. I dettagli sono stati pubblicati su The Astrophysical Journal.

“Sulla Terra il Sole è la fonte principale di quasi tutte le forme di vita. Adesso – spiega Patrick Morris, del California Institute of Technology (Caltech), primo firmatario dello studio -, abbiamo imparato che la luce delle stelle può guidare la formazione dei precursori della vita”. 

Questi composti ionizzati del carbonio, individuati nelle nuvole di gas e polveri di M 42, sono molto reattivi. Difficile, pertanto, trovarli in forma libera. Gli astronomi del Caltech sono rimasti, quindi, sorpresi di fronte alla loro abbondanza. 

In passato, le ipotesi più accreditate sulla loro formazione chiamavano in causa eventi turbolenti, come l’esplosione di supernove. Veri e propri shock che, come onde che s’infrangono su una barca, scuotono l’ambiente interstellare. E ionizzano la materia, strappando via elettroni dagli atomi. 

Gli studiosi del Caltech, attraverso i dati raccolti fino al 2013 dal telescopio Herschel, hanno scoperto che questa ipotesi non si può applicare alle osservazioni compiute sulla Nebulosa di Orione. E hanno, invece, tirato in ballo la luce ultravioletta emessa da giovani stelle della nebulosa, più calde e massive del Sole. 

“Questi processi di ionizzazione generati dall’emissione UV sono alla base dell’intera chimica del carbonio. È da questi processi – conclude John Pearson del Jet Propulsion Laboratory (JPL) della NASA, co-autore della ricerca – che bisogna, infatti, partire per formare molecole più complesse”.

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