Global warming preistorico, forse fu una cometa


Il recente ritrovamento di minuscole sferule di vetro lungo la costa atlantica degli Stati Uniti offre una possibile spiegazione al cosiddetto “Massimo termico del Paleocene-Eocene”, un periodo d’intenso riscaldamento globale avvenuto 56 milioni di anni fa: potrebbe essere stato innescato dall’impatto con un oggetto extraterrestre.


Si chiama PETM, sigla inglese per Massimo termico del Paleocene-Eocene.

In giallo, le località dei ritrovamenti, lungo la costa del New Jersey e al largo delle Bermuda.

È un episodio di riscaldamento globale avvenuto sul nostro pianeta circa 56 milioni di anni fa, dunque una decina di milioni di anni dopo l’estinzione dei dinosauri. Ed è oggi al centro dell’attenzione dei climatologi, che ne studiano gli effetti con un occhio al presente: è infatti considerato un evento che, per le analogie con quanto sta avvenendo nella nostra epoca, può aiutare a valutare e prevedere l’impatto del riscaldamento globale odierno. Ma sulle sue origini è mistero fitto: cosa può averlo provocato? Fra le possibili cause prese in considerazione vi è anche quella dell’impatto con un oggetto extraterrestre, asteroide o cometa.

Ed è proprio in quest’ultima direzione – l’impatto con una cometa di piccole dimensioni – che punta il dito il ritrovamento lungo la costa del New Jersey, descritto oggi sulle pagine di Science (ma anticipato lo scorso 27 settembre nel corso del meeting annuale della Geological Society statunitense), di sferule di vetro dette microtectiti e microcristiti: minuscole goccioline sferiche che si formano – così almeno sostengono alcune teorie – quando il materiale vaporizzato a seguito dell’impatto con un oggetto extraterrestre, disperdendosi nell’aria, ritorna solido.

Ma in che modo l’impatto con una cometa potrebbe aver innescato un aumento globale della temperatura del nostro pianeta? Rilasciando in atmosfera grandi quantità di gas serra, come l’anidride carbonica o metano. Uno dei coautori dello studio, Dennis Kent, ricercatore alla Columbia University e alla Rutgers University, propone vari scenari che vanno in questo senso. La cometa stessa potrebbe aver trasportato cospicue quantità di carbonio. Oppure, l’impatto potrebbe aver vaporizzato sedimenti ricchi di carbonio, liberando così quello immagazzinato nel sottosuolo. O ancora, considerando che entrambe le precedenti ipotesi sembrerebbero inadeguate a giustificare le dimensioni del fenomeno (parliamo di un’impennata delle temperature dai 5 ai 9 gradi per un periodo di circa 200 mila anni), il calore generato dall’impatto potrebbe aver innescato la fuoriuscita del metano congelato nei fondali marini, o ancora aver dato il via a vulcanesimo su larga scala.

Insomma, ipotetici scenari in grado di spiegare quanto potrebbe essere accaduto non mancano, anzi. Quel che manca è il cratere. In ogni caso, se anche venisse individuato, gli scienziati invitano alla cautela, sottolineando che non saremmo innanzi a una prova certa del legame causa-effetto tra impatto con una cometa (o un asteroide) e il PETM. Tanto più che l’età delle sferule, nota Christian Koeberl dell’Università di Vienna, specialista in impatti, non è stata determinata in modo diretto, come si sarebbe potuto fare ricorrendo a tecniche di datazione radiometrica.

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