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Le stelle AGB


Un nuovo studio sui cluster globulari illustra il rapporto tra astri massicci che volgono al termine, mezzo interstellare e nuove generazioni di stelle. La ricerca pubblicata su The Astrophysical Journal Letters.


Sono costituiti da milioni di astri tenuti insieme dal loro campo gravitazionale, hanno una forma sferoidale e per l’età – vicina a quella dell’Universo –  sono considerati, dal punto di vista astronomico, dei veri e propri ‘fossili’.

Si tratta degli ammassi globulari, saliti di nuovo agli onori della cronaca per uno studio centrato sulle differenti generazioni di stelle che li popolano.

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La ricerca è stata illustrata nell’articolo “Evidence of AGB pollution in galactic globular clusters from the Mg-Al anticorrelations oserved by the APOGEE Survey”, pubblicato proprio in questi giorni su The Astrophysical Journal Letters. Ne è artefice un team internazionale di esperti tra cui Paolo Ventura dell’INAF, primo autore del paper.

Lo studio si è particolarmente concentrato su una tipologia di stelle, definite AGB (Asymptotic Giant Branch – Ramo Asintotico delle Giganti), che si trovano nella fase finale delle loro evoluzione ma che non sono esplose come supernove. Proprio alle AGB, secondo i ricercatori, si deve la contaminazione del mezzo interstellare (il materiale rarefatto situato tra gli astri) con elementi chimici da cui hanno tratto origine gli astri delle generazioni più giovani.

L’ipotesi è stata formulata prendendo in considerazione le quantità di alluminio e di magnesio presenti in stelle giganti di cinque differenti cluster della Via Lattea (M92 – foto in alto, M3 – foto a destra, M13, M5 e M107), grazie ai dati di due mappature internazionali, SDSS-III (Sloan Digital Sky Survey) e APOGEE (Apache Point Observatory Galactic Evolution Experiment).

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I dati sono stati messi a confronto con i modelli relativi alla nucleosintesi nelle AGB, vale a dire il processo che vede le stelle ‘âgé’ più massicce produrre e distruggere gli elementi pesanti del loro interno.

Successivamente, la rapida perdita di massa ‘inquina’ il mezzo interstellare da cui emergono gli astri ‘neonati’ con differenti quantità di elementi.

La produzione di alluminio e la distruzione di magnesio nei ‘cuori’ delle stelle di prima generazione sono molto sensibili alle temperature e nel complesso alla metallicità e quindi hanno costituito un valido strumento diagnostico per comprendere la natura degli astri che hanno scatenato la contaminazione. Infatti, a temperature più elevate nell’area della stella in cui i due elementi citati hanno origine corrispondono una maggiore produzione di alluminio e una più rilevante distruzione di magnesio.

La ricerca, che ha chiarito il dibattito su quale tipologia di oggetti celesti sia al centro di questo processo, schiude nuove prospettive negli studi sulla formazione e sull’evoluzione dei cluster globulari.

Fonte

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