“Febbre” oceanica


Un nuovo studio sperimenta la misurazione della temperatura degli oceani a partire dal calcolo della velocità delle onde sottomarine.


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Dal cuore degli abissi, un supporto low cost alle attività di monitoraggio del cambiamento climatico. Un recente studio, messo a punto dall’oceanografo Zhongxiang Zhao dell’Università di Washington e apparso sulla rivista Geophysical Research Letters, sperimenta un nuovo metodo, mutuato dall’esperienza degli anni ’70, per tenere sotto controllo l’innalzamento del livello di energia termica degli oceani: la gran parte del calore sviluppato delle attività umane, responsabile del riscaldamento globale, resta infatti intrappolata nelle profondità marine. Le oramai note conseguenze sono l’aumento delle temperature che causa la compromissione degli habitat marini e l’innalzamento del livello delle acque connesso allo scioglimento delle calotte polari.

Controllare lo status di salute degli oceani è più complesso di quanto sembri: i satelliti possono tener d’occhio la temperatura superficiale ma misurare quella interna rappresenta ad oggi una sfida. Solo le navi o i dispositivi robotici galleggianti come Argo possono effettuare una valutazione diretta, a costi molto sostenuti.

L’autore dello studio invece, strizza l’occhio ad un esperimento portato avanti negli anni ’70 da Walter Munk: in virtù del fatto che in acque più calde il segnale acustico viaggia più velocemente, il celebre oceanografo aveva calcolato la temperatura a partire dal tempo di propagazione dell’input sonoro. Questa tecnica tuttavia allertò l’opinione pubblica per via dell’impatto sulla vita dei mammiferi marini e fu abbandonata definitivamente nel 2006.

Zhao ha sostituito il calcolo della propagazione del “rumore” con quello delle onde mareali sottomarine: questi flussi viaggiano infatti silenziosamente, messi in moto da urti con le creste e le altre strutture di profondità. Controllando la velocità delle maree di sottomarine è possibile fare una stima di quanti gradi sia aumentata la temperatura nel cuore degli abissi. Il nuovo metodo, abbinato alle osservazioni del livello delle acque effettuato con i satelliti, consente di monitorare la salute del nostro pianeta con una modalità di lungo termine e a basso impatto ambientale, a costi sostenibili per di più.

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