Ecco come far tornare i ricordi perduti


Uno studio su Science fa luce sui diversi meccanismi con cui i neuroni conservano i ricordi. E in particolare sui processi del recupero della memoria “perduta”.


Una nuova scoperta fa luce sui meccanismi di mantenimento dei ricordi. È stata appena pubblicata sulle pagine della rivista Science da parte di un’équipe di ricercatori del dipartimento di psichiatria alla University of Wisconsin, Madison, del dipartimento di psicologia alla University of Notre Dame e di altri istituti di ricerca. Gli autori del lavoro, in particolare, hanno scoperto le prove di una sorta di attività silenziosa nelle sinapsi cerebrali, che, se opportunamente stimolate, possono consentire di recuperare ricordi considerati perduti. I risultati sembrano smentire le teorie attualmente più accreditate sul tema, secondo le quali i ricordi sono conservati – e resi accessibili – solo se vi è una persistente e intensa attività neurale, ovvero solo se si continua a tenerli vivi nel tempo.

“L’abilità di conservare informazioni è fondamentale per la cognizione”, scrivono gli autori del lavoro. “Contrariamente alla teoria consolidata secondo la quale la memoria dipenderebbe da un’elevata attività cerebrale, nel nostro studio presentiamo le prove del fatto che gli esseri umani sono in grado di memorizzare informazioni anche attraverso meccanismi sinaptici più silenziosi e nascosti”. Nel lavoro, gli scienziati hanno analizzato, in quattro diversi esperimenti e tramite risonanza magnetica funzionale (fMri), l’attività cerebrale di diversi volontari di età compresa tra 18 e 34 anni (per un totale di circa 50 persone coinvolte). Gli esperimenti prevedevano che i volontari osservassero dei visi umani, delle parole o delle immagini in movimento, cercando di tenerne bene in mente uno in particolare, indicato loro dai ricercatori.

Durante questa fase, la risonanza magnetica registrava l’attività cerebrale collegata alla rappresentazione di quel particolare stimolo nel tempo.

Successivamente, i volontari sono stati distratti con messaggi e contenuti volti a far dimenticare quanto precedentemente appreso: in concomitanza, la risonanza magnetica ha infatti mostrato una progressiva scomparsa dell’attività cerebrale che rappresentava il ricordo – in altre parole, sembrava essere andato perduto. A questo punto, i volontari sono stati sottoposti a stimolazione magnetica trans-cranica, una tecnica che consente di attivare, in modo indolore e non invasivo, particolari aree cerebrali: tale operazione si è rivelata efficace nel far tornare alla memoria il ricordo apparentemente perduto. Il fenomeno, sottolineano gli scienziati, si osserva però solo se il ricordo è considerato necessario: i volontari ne hanno recuperato la memoria solo nel caso in cui servisse per completare altre attività dell’esperimento. “La scoperta di questo meccanismo”, concludono gli autori, “suggerisce che la memoria a breve termine sia più dinamica di quanto si creda, e che soprattutto sia modificabile agendo in modo opportuno sul cervello”.

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