Nuove rivelazioni dal passaggio ravvicinato su Giove della sonda Juno


Campi magnetici con comportamenti inaspettati, fontane di ammoniaca e immagini di oggetti misteriosi: i dati elaborati dal sorvolo della sonda della Nasa a 4.000 km dalle nubi più alte.


Lo scorso 11 dicembre alle 18:04 ora italiana Juno, la sonda della Nasa, per la seconda volta è passata ad appena 4.150 chilometri di distanza dalle nubi di Giove, a una velocità di oltre 200.000 chilometri all’ora. Il sorvolo è stato perfetto e sette degli otto strumenti scientifici di bordo erano pienamente operativi. Quello inattivo era lo strumento italiano Jiram, che serve per studiare la dinamica e la chimica delle aurore polari del pianeta: era spento non perché avesse problemi particolari, ma perché era in corso un aggiornamento del software di bordo della sonda ed è stato necessario sospendere il lavoro di Jiram.

Gli strumenti di Juno possono lavorare solo alla minima distanza da Giove e quando il motore della sonda è spento: purtroppo un problema alle valvole di pressurizzazione, che necessitava di un intervento da Terra, ha impedito di ridurre il periodo orbitale della sonda.

In sintesi, si voleva passare da un’orbita con un minimo avvicinamento a Giove di 4.600 km e uno massimo di 8,1 milioni di chilometri, da percorrere in 53,5 giorni, a un’orbita di soli 14 giorni (4.200 km di minimo, 2,5 milioni km di massimo).

Al momento dunque l’orbita rimane allungata e solo il 2 febbraio 2017 si farà un nuovo tentativo di accendere il motore per ridurre il periodo orbitale.

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Se anche in quell’occasione ci dovessero essere problemi la missione sarà drasticamente ridotta, in quanto anziché 32 orbite da 14 giorni ve ne saranno solo 20 da 53 giorni e non se ne potranno effettuare altre nell’arco di tempo previsto per questa fase della missione, ossia circa due anni (fino alla fine del 2019).

Durante l’ultimo passaggio i risultati non sono mancati: uno, importante, è stato raccolto dal radiometro a microonde della sonda, che analizza le emissioni prodotte dal pianeta a circa 350 km al di sotto delle nubi. A quella profondità non vi sono solo le “radici” delle bande che caratterizzano la superficie visibile di Giove e delle sue tempeste, ma anche le principali sorgenti di ammoniaca e acqua presenti nell’atmosfera del pianeta.

Spiega Michael Janssen del Jet Propulsion Laboratory (Nasa): «Si è potuto osservare che le concentrazioni di ammoniaca nell’atmosfera di Giove variano con la latitudine e la profondità. In particolare abbiamo scoperto che vicino all’equatore l’atmosfera ne è molto ricca, al punto che si osserva una specie di pennacchio gigante». Al momento, che cosa produca quel pennacchio è ancora oggetto di speculazioni. Secondo Janssen potrebbe dipendere da una gigantesca risalita di gas che ridiscende poi in un’altra area del pianeta. Al momento però non si è potuto vedere nessuna ricaduta di ammoniaca in un’altra parte di Giove e, perciò, il fenomeno non ha ancora una spiegazione certa.

Un vero mistero. Steve Levin, altro ricercatore del JPL, ha rilevato una notevole variabilità del campo magnetico a secondo della latitudine: un fenomeno inatteso. Con i futuri passaggi di Juno i ricercatori sperano di costruire mappe in 3D del campo magnetico, così da poter risalire alle cause delle variazioni.

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C’è poi un vero e proprio mistero da risolvere e riguarda le decine di piccoli oggetti luminosi, ripresi dalle telecamere che servono per la navigazione. Per alcuni potrebbero essere dei piccoli satelliti in orbita tra gli anelli di Giove, per altri oggetti che orbitano completamente al di fuori del piano degli anelli e per altri ancora più semplicemente lampi di materiale perso dei pannelli solari di Juno in seguito all’impatto di micrometeoriti.

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