C’era una volta nel Sahara…



Non più di 6000 anni fa il vasto deserto del Sahara era coperto da lussureggianti foreste e da verdeggianti savane, la cui vegetazione beneficiava di una gran quantità di pioggia.

Cervi, ippopotami e giraffe popolavano questa regione, dove si aggiravano anche gruppi di cacciatori umani in cerca di preda.

Le tombe e i graffiti rupestri riportati alla luce testimoniano infatti l’antico popolamento di gran parte di quella regione.

Ma cosa è successo a questa idilliaca parte di mondo perché venisse così bruscamente e completamente trasformata in un’arida landa, dove il vento e il caldo secco la fanno da padroni?

Chiariamo subito che il cambiamento non fu né brusco nè repentino, ma richiese quasi tre millenni. Tanto ci volle perché si imponessero le condizioni di clima arido e asciutto.


Le ipotesi si sono alternate nel tempo, ma nessuna ha ancora chiarito in maniera esaustiva tutti gli interrogativi.

Due ricercatori della Texas A&M University stanno ora cercando di scoprire le cause che stanno alla base di questa drastica trasformazione del clima. I risultati dello studio potrebbero anche servire a migliorare le attuali previsioni della distribuzione delle piogge in tutto il mondo.

Mappa dei giacimenti idrici d’acqua fossile in Medio Oriente ed Africa.


Robert Korty, ricercatore presso il Dipartimento di Scienze dell’Atmosfera dell’Ateneo di Austin, insieme al collega William Boos, della Yale University, hanno pubblicato i risultati delle loro ricerche sulla rivista Nature Geoscience.

I due studiosi hanno esaminato le precipitazioni cadute nel periodo dell’Olocene, negli ultimi 11mila anni circa, confrontandole con i moti attuali della zona di convergenza intertropicale, un’ampia area della Terra situata mediamente in prossimità dell’equatore, dove convergono i venti alisei provenienti dagli emisferi settentrionale e meridionale, determinando la risalita di aria calda dell’intera fascia equatoriale e la conseguente ricaduta al suolo, sui tropici, di intense precipitazioni sotto forma di piogge e temporali.

Fiume fossile.


La zona è anche definita equatore climatico e i suoi spostamenti condizionano l’alternanza di stagioni piovose nelle regioni tropicali, definendo la circolazione atmosferica descritta che è conosciuta anche come circolazione di Hadley.

Utilizzando modelli al computer, i ricercatori hanno scoperto l’esistenza di collegamenti con i modelli delle precipitazioni di migliaia di anni fa.

“La fascia delle piogge tropicali è legata a ciò che accade nel resto del mondo attraverso la circolazione di Hadley”, spiega Korty, “ma non fa prevedere i cambiamenti altrove, dato che la catena degli eventi è alquanto complessa”.

A seguito della circolazione atmosferica tropicale descritta, nelle regioni subtropicali si hanno spesso condizioni simili al deserto.

E’ un fatto che la maggior parte delle regioni aride della Terra coincida proprio con le aree sottostanti le masse d’aria discendenti della circolazione di Hadley.


“Sappiamo per certo che 6000 anni fa quello che oggi è il deserto del Sahara era una regione piovosa”, aggiunge Korty. “E’ un mistero riuscire a capire come la fascia delle piogge tropicali si sia trasferita così lontana, a nord dell’equatore. Le nostre ricerche mostrano che le grandi migrazioni delle precipitazioni possono verificarsi in una parte del globo anche quando la fascia delle precipitazioni non si sposta di molto.

“Possiamo osservare che in passato anche le variazioni dell’orbita terrestre, che 6000 anni fa in Africa concorsero a spostare a nord le precipitazioni, sono di per sé insufficienti per giustificare la quantità di pioggia che cadde su quello che è oggi il deserto del Sahara”.

In altri termini, tra oscillazioni delle latitudini in seguito alle posizioni astronomiche, correnti atmosferiche e oceaniche, precipitazioni e variazioni della vegetazione al suolo, al momento non si è ancora riusciti a costruire un modello climatico che spieghi in maniera esaustiva il cambiamento della regione sahariana di 6000 anni fa.

Non resta che auspicare ulteriori studi per capire meglio l’impatto dei cambiamenti climatici sui fenomeni meteo regionali e trarre conclusioni più vicine a quanto accadde nella realtà.

Fonte

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