Preoccupanti segni di risveglio dei Campi Flegrei, Il vulcano più grande d’Europa



“Dobbiamo monitorarlo meglio” esortano i ricercatori dell’Ingv, dopo uno studio scientifico che rivela segni di irrequietezza nella caldera abitata da 500mila persone. Il suolo si sta sollevando, le emissioni di gas aumentano, così come le temperature del sottosuolo. E il magma ha raggiunto la profondità di 3-4 chilometri.


Il suo nome la dice lunga sulle caratteristiche dell’area: Campi Flegrei, ovvero campi che bruciano, campi ardenti.

Si tratta di una grande depressione che contiene almeno ventiquattro tra crateri e piccoli edifici vulcanici che da oltre 40 mila anni modellano il paesaggio adiacente al golfo di Pozzuoli, alzando di tanto in tanto la voce.

Una voce potente, capace di portare all’estinzione l’uomo di Neanderthal e di plasmare in appena una settimana nuovi rilievi montuosi.

Proprio la nascita del Monte Nuovo, avvenuta nell’autunno del 1538 presso Pozzuoli, rappresenta l’ultima eruzione prima della lunga fase di quiescenza in cui oggi si trovano i Campi Flegrei.

Il Monte Nuovo


Quiescenza perché l’attività vulcanica nell’area non è mai cessata, ma si manifesta ogni giorno attraverso fenomeni di bradisimo ed emissione di gas e vapori, una sorta di valvola di sfogo che mantiene la pressione costante nelle viscere del sottosuolo.

A partire dal 2005, il fenomeno è divenuto particolarmente evidente, tanto che nel 2012 è stata dichiarata la variazione dello stato di attività dell’area, passato dal livello “verde” a quello “giallo”, nel quale si richiedono approfondimenti scientifici.

Un nuovo studio, pubblicato sulla rivista Nature Communications dai ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia in collaborazione con i colleghi di alcuni istituti di ricerca italiani e francesi, getta nuova luce sulla poco compresa interazione tra magma e sostanze volatili.

È questo un elemento fondamentale per interpretare i segnali di risveglio di un vulcano. Nella risalita verso la superficie, il fuso perde infatti pressione, rilasciando parte delle specie volatili o gassose in esso disciolte.

Questi vapori ad alta temperatura alterano le proprietà fisiche delle rocce circostanti, riducendone per esempio la resistenza meccanica tanto da innescare un evento eruttivo.

Attraverso misure geofisiche e modelli computazionali, gli autori hanno dimostrato che nel magma esiste una pressione critica di degassamento oltre la quale aumenta di un ordine di grandezza il rilascio di vapore acqueo e con esso, anche la trasmissione di calore nel sistema idrotermale. Le rocce sovrastanti vengono indebolite, ponendo le basi per un’eruzione.

Nell’articolo si sostiene che “il magma sarebbe prossimo a raggiungere la pressione critica di degassamento nei Campi Flegrei, dove è già stato osservato un acceleramento nei processi di riscaldamento e deformazione”.


Gli autori ci tengono a precisare che i dati in loro possesso non suggeriscono un’imminente eruzione. Semplicemente, il raggiungimento della pressione critica di degassamento rappresenta un bivio oltre il quale il sistema può arrivare all’eruzione oppure raffreddarsi fino a sprofondare in un nuovo stato di dormienza.

Infatti, il rilascio di vapore acqueo determina nel fuso un aumento di viscosità che ostacola la risalita, in alcuni casi fino ad arrestarla del tutto.

I Campi Flegrei sono un’area affascinante ma difficile. Fino al Neolitico il territorio era ancora soggetto a frequenti e profondi sconvolgimenti che scoraggiavano la presenza di insediamenti stabili.

L’area ha assunto una conformazione tale da consentire lo sviluppo di agglomerati solamente negli ultimi millenni: nella conta dei benefici, il clima mite e il fertile suolo vulcanico bilanciavano la violenza della natura.

Nel corso dell’estate del 2016 il governo ha pubblicato la revisione delle “Disposizioni per l’aggiornamento della pianificazione di emergenza per il rischio vulcanico dei Campi Flegrei”, modificando procedure ed estensione delle zone da evacuare in caso di eruzione.

Se le eruzioni sono fenomeni che tuttora sfuggono al nostro controllo, la capillare informazione della popolazione e il costante monitoraggio scientifico sono le uniche strade percorribili per garantire l’incolumità delle oltre 500.000 persone che oggi abitano i campi ardenti.

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