Lo strano caso dell’insetto stecco dell’isola Lord Howe



Tra migrazioni e conquiste, l’uomo ha introdotto specie aliene animali e vegetali un po’ ovunque, vuoi per necessità o per puro caso—dalle piante di cocco in Messico, agli scoiattoli grigi in Europa, passando per il rospo delle canne in Australia—lasciando una scia di “ops” e conseguenze sulla biodiversità che hanno scombinato parecchio il gioco lento della natura.

Nella storia degli ecosistemi stravolti da fattori antropici incidentali, l’estinzione dell’insetto stecco dell’isola di Lord Howe rappresenta forse uno dei casi più assurdi e misteriosi.

C’era una volta un insetto notturno dall’esoscheletro nero e rigido, grosso come un’aragosta, che amava scorrazzare per i boschi di una minuscola isola a 700 km dalla costa orientale dell’Australia, finché la sua intera specie non è stata cancellata dalla faccia della terra in uno sfortunato incidente.

L’isola di Lord Howe.


Nel 1918, infatti, nei pressi dell’isola di Lord Howe—dimora dell’insetto stecco scientificamente noto come Dryococelus australis—è naufragata una nave di rifornimenti, che, come tutte le navi, era anche piena di roditori da stiva. I ratti neri, una volta arrivati sull’isola, hanno divorato l’intera popolazione di insetti stecco e così, dalla fine degli anni Venti, il Dryococelus australis è stato dichiarato estinto. Decisamente, ops.

La storia, però, non finisce qui.

A qualche chilometro dall’isola di Lord Howe, c’è un faraglione di natura vulcanica vecchio 7 milioni di anni; questa lama di roccia emersa prende il nome di Piramide di Ball. Negli anni Sessanta, quando ancora era possibile scalare il faraglione, alcuni visitatori avevano trovato cadaveri di insetto che sembravano corrispondere al Dryococelus australis; i sospetti degli scalatori sono stati confermati soltanto nel 2001, quando una ricognizione della Piramide di Ball da parte di un gruppo di scienziati ha trovato diversi esemplari dell’insetto caparbiamente aggrappati ad alcuni arbusti di Melaleuca howeana, cresciuti su una terrazza di roccia. “Un accumulo di detriti vegetali alla base dell’arbusto, mantenuto umido dalle infiltrazioni di acqua, ha fornito agli insetti cavità umide adatte per essere usate come rifugio durante il giorno.

Piramide di Ball.


Tutte le prove indicano che la specie fosse confinata su questo singolo piccolo gradino,” si legge nell’introduzione della ricerca pubblicata in seguito alla scoperta dei 24 esemplari di Dryococelus australis, che spiega come lo sventurato insetto abbia potuto trovare riparo in una macchia di cespugli grande solo qualche decina di metri quadrati.

Come abbia fatto, però, ad arrivare fin lì è tutt’ora un mistero.

La scoperta, oltre a emozionare gli entomologi di tutto il mondo, ha sollevato alcune domande etiche: cosa fare di un insetto fino a quel momento considerato estinto e la cui sopravvivenza dipende da una macchia di arbusti su un scoglio nel mezzo del Pacifico?

Il governo dell’Australia ha concesso che ne venissero recuperati soltanto 4 esemplari, due dei quali sono morti dopo poche settimane dal loro arrivo in un laboratorio privato di Sydney. Ops. Gli altri due sono stati invece affidati a Patrick Honan, che ne ha documentato le abitudini riproduttive e allevata la prole in laboratorio, arrivando, nel 2008, ad avere una popolazione di 700 esemplari adulti e oltre 10.000 uova incubate.

Le peripezie di questo insetto dall’aria e dalle dimensioni preistoriche sono finalmente giunte alla fine? Forse. Gli scienziati vorrebbero, in realtà, reintrodurre il Dryococelus australis in natura, ma nell’habitat originario dell’animale, l’isola di Lord Howe, il ratto nero alloctono che ne ha causato la quasi estinzione continua a fare i suoi comodi. Reintrodurre l’insetto implicherebbe necessariamente eradicare il roditore dall’isola, una manovra economica non da poco. Il cerchio si chiude quindi, per ora, con una certa ironia. Chissà come stanno i 20 esemplari di Dryococelus australis lasciati sulla Piramide di Ball.

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