Megalodon, lo squalo che cacciava le balene



Uno studio internazionale coordinato dall’Università di Pisa esplora per la prima volta le abitudini alimentari del megalodonte, un analogo gigante dello squalo bianco vissuto 7 milioni di anni fa.


Si sono conservate per 7 milioni di anni. Le lunghe incisioni lasciate dal morso del megalodonte (Carcharocles megalodon), il più grande squalo mai esistito, sono rimaste impresse da allora nei frammenti ossei delle sue prede predilette – foche e cetacei – rinvenuti lungo la costa meridionale del Perù (nell’immagine, la ricostruzione artistica di un esemplare adulto che preda una Piscobalaena nana).

Fra le ossa fossili, scoperte nei depositi del Miocene superiore (circa 7,5 milioni di anni fa) della Formazione Pisco, ci sono parti di mandibola attribuibili a una piccola balena – Piscobalaena nana, della famiglia oggi estinta dei Cetotheriidae -, l’osso del cranio di un misticete (balena) di piccola taglia e la scapola di un pinnipede (il gruppo di mammiferi marini di cui fa parte la foca).

A realizzare la scoperta, descritta in uno studio pubblicato su Palaeogeography, Palaeoclimatology, Palaeoecology, è stato un gruppo di ricerca internazionale coordinato dall’Università di Pisa, con la partecipazione dell’Università di Milano-Bicocca, quella di Camerino e dei musei di Storia naturale di Bruxelles e Lima.

Un dente fossile di Carcharocles megalodon, proveniente dal sito di Cerro Colorado, ospitato dal Museo di Storia Naturale di Lima.


“Anche se reperti relativi a Carcharocles megalodon sono già stati ritrovati in passato in molte parti del mondo, le evidenze dirette dell’ecologia di questo animale non sono abbondanti”, spiega Alberto Collareta, paleontologo del Dipartimento di Scienze della Terra all’Università di Pisa e responsabile dello studio. “Si tratta, inoltre, delle prime segnalazioni di tracce di questo tipo provenienti dall’emisfero australe”.

Carcharocles megalodon è un enorme squalo estinto, considerato uno dei più grandi predatori mai esistiti, con esemplari di circa 16-18 metri di lunghezza e dotato di fauci capaci di mordere con una forza dieci volte maggiore di quella dell’odierno squalo bianco.

Questo temibile predatore marino è stato identificato dai paleontologi in seguito al ritrovamento dei suoi resti fossili: denti e vertebre dalle eccezionali dimensioni ritrovati all’interno di sedimenti marini miocenici e pliocenici (che si sono depositati tra i 20 e 3 milioni di anni fa) di tutto il mondo, soprattutto alle basse e medie latitudini. Lo studio fornisce per la prima volta informazioni dettagliate riguardanti le abitudini alimentari di questo animale.

Nell’immagine, le ossa fossili rinvenute nel deserto del Perù appartenenti a una piccola balena (in alto) e a una foca (in basso) con segni di morsi lasciati dallo squalo gigante Carcharocles megalodon.

“È un risultato di per sé interessante, perché per la prima volta possiamo dare un nome specifico a uno degli ‘ingredienti’ della dieta del megalodonte”, spiega Alberto Collareta. “Lo studio smentisce inoltre la credenza secondo cui questo animale gigante si nutriva esclusivamente di grandi balene: la Piscobalaena nana era un mammifero marino di dimensioni relativamente piccole, che presumibilmente non superava i 4-5 metri di lunghezza”.

L’evoluzione e l’estinzione di Carcharocles megalodon hanno influito sui cambiamenti globali del sistema oceanografico.

“È possibile ipotizzare che l’estinzione delle balene di dimensioni ridotte, fra cui i Cetotheriidae, alla fine del Pliocene (intorno ai 3 milioni di anni fa) abbia privato questo grande predatore delle sue prede predilette – i piccoli misticeti – favorendone l’estinzione”, continua Collareta.

“Si può inoltre osservare una relazione fra l’aumento delle dimensioni nella linea evolutiva che porta a C. megalodon e la diversificazione dei mammiferi marini a livello globale. La scomparsa delle linee evolutive di misticeti di piccole dimensioni (come i cetoteridi di cui fa parte Piscobalaena nana), infine, è coincisa con l’imposizione del gigantismo come taglia “standard” per i misticeti e con la scomparsa di C. megalodon a livello globale”.

Mettendo a confronto Carcharocles megalodon con l’attuale squalo bianco, considerato un suo analogo moderno, è possibile ipotizzare che questo gigantesco squalo estinto avesse una dieta ampia e diversificata che, pur comprendendo pesci e molluschi, era comunque incentrata sui mammiferi marini di piccola e media taglia (foche e cetacei).

Secondo i ricercatori, Carcharocles megalodon non era un predatore di grandi balene; proprio come lo squalo bianco di oggi, che attacca solo quei cetacei che sono considerevolmente più piccoli di lui.

Un complesso intreccio di strutture sedimentarie e tracce fossili “orna” questa esposizione dei sedimenti che compongono la Formazione di Pisco presso Hueso Blanco.

“Il nostro studio – spiega Giovanni Bianucci, docente di Paleontologia presso il Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Pisa e coordinatore delle ricerche in Perù – non solo contribuisce a conoscere la biologia del più grande squalo mai esistito, ma anche a chiarire le dinamiche evolutive che hanno portato ai grandi cambiamenti nella fauna marina, spesso legati al rompersi di delicati equilibri tra prede e predatori, fino alla messa in posto della fauna attuale”.

L’attività di ricerca nel deserto costiero del Perù meridionale, condotta dal gruppo internazionale di paleontologi coordinato dall’Università di Pisa, prosegue da oltre dieci anni. Si tratta di una delle aree più ricche al mondo di fossili di cetacei, squali, uccelli e rettili marini, che affiorano dalla sabbia del deserto eccezionalmente conservati e spesso ancora perfettamente articolati.

I sedimenti che li racchiudono si sono depositati nel corso di milioni di anni su un antico fondale marino, poi emerso a seguito degli intensi movimenti della crosta terrestre che interessano il versante occidentale della catena Andina.

“Vogliamo ricostruire l’intera fauna che visse in questi mari”, conclude Bianucci. “Capire come i vertebrati che abitavano le coste sudorientali del Pacifico interagivano fra loro, di cosa si nutrivano e come si sono evoluti nel corso dei milioni di anni”.

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