“Arrival” e il problema della decifrazione di una lingua aliena



Nel mese di gennaio 2017, nelle sale di tutti i cinema italiani, è stato mandato in onda, come tutti gli appassionati del genere sanno, il film di fantascienza “Arrival“, basato sul racconto di Ted Chiang ‘Storie della tua vita‘, e che oggi viene ripubblicato per i tipi di “Frassinelli“.

Il film, del regista Denis Villeneuve, racconta del giorno in cui avvenne l’incontro con una civiltà super tecnologica proveniente dal Cosmo.

Ma a differenza dei classici film statunitensi improntati sul genere “Alien War”, questo piccolo capolavoro si concentra sulla linguistica, sulla semantica, a volte complessa, a volte raffinata, e del come comunicare con gli extraterrestri nel caso in cui un giorno avvenga il “Primo Contatto“.

Usano la nostra lingua, oppure utilizzano altro? E poi, il significato di una “loro” parola è davvero quello che sembra, oppure ha varie interpretazioni che, se non comprese totalmente, possono portare l’umanità all’annientamento?

Nel film, come nel racconto di Chiang, se non ci fosse stata Louise Banks, una professoressa di linguistica tenace, coraggiosa e determinante, che aveva una qualche interconnessione spazio-temporale con questi esseri “tentacolari” – chiamati “Eptapodi” – e dove si intrecciavano passato, presente e futuro non solo della protagonista, ma dell’intera umanità, non si sarebbe compresa una lingua complessa e bizzarra in possesso di questi esseri.

Se non ci fosse stata questa ‘illuminazione’, lo stereotipo classico e bellicoso dell’essere umano avrebbe preso il sopravvento, con tutte le nefaste conseguenze che sarebbero incorse.

Ma ‘Arrival’ è davvero esaustivo in merito?

Il dubbio che non sia tanto facile, ma terribilmente complesso, è dato dal fatto che anche tra noi esseri umani è quasi impossibile comprenderci, se – soprattutto – si cerca di comunicare con etnie diverse, culturalmente differenziate tra loro, oppure se ci imbattiamo in oggetti particolari.

Un primo esempio ci viene proprio dal racconto ‘Storie della tua vita’ di Chang, riproposto nel film “Arrival”, ed è quello citato dalla linguista Louise Banks. La ricercatrice cita un episodio, controverso, che dimostra che “ciò che pensiamo non sempre lo è“.

“Nel 1770“, si legge nel racconto di Ted Chiang, “il vascello del capitano Cook, l’Endeavour, si incagliò sulla costa del Queensland, in Australia. Mentre alcuni membri dell’equipaggio provvedevano alle riparazioni, Cook alla testa di una squadra andò in esplorazione e venne in contatto con alcuni aborigeni. Uno dei marinai indicò gli animali che saltavano tutt’intorno con i cuccioli nei marsupi, e chiese a un aborigeno come si chiamassero. L’aborigeno replicò: “Kanguru“. Da quel momento in poi per riferirsi a quegli animali Cook e i suoi uomini usarono quella parola. Vennero a sapere solo in seguito che significava: “Cos’hai detto?“.

Capitano James Cook.


Vero oppure no, questo episodio ci dimostra che il significato di una parola non è sempre quello che auspichiamo sia e potrebbe portare, se l’interlocutore è quanto meno sospetto, a delle sorprese non tanto benefiche.

Potrebbe invece capitare di trovarci di fronte a una lingua sconosciuta, “aliena”, ma non riuscire immediatamente a comprenderla perché ci manca “la chiave” per sbloccarla.

Un esempio del genere è rappresentato dai geroglifici egizi, segni scolpiti o pittorici che compongono il sistema di scrittura, combinante elementi ideografici, sillabici e alfabetici, che vennero utilizzati dagli antichi Egizi a partire dal 3.000 a.C..

Se non ci fosse stata la scoperta della “Stele di Rosetta” in tre differenti grafie (geroglifico, demotico e greco), avvenuta nel 1799 grazie a Pierre-François Bouchard, capitano della Campagna d’Egitto di Napoleone Bonaparte, e decifrata per la prima volta da Jean François Champollion nel 1822, non avremmo mai scoperto alcuni dei segreti della vita, dei miti e della religione di quel misterioso popolo antico che abitava le sponde del Nilo, e i geroglifici sarebbero rimasti un mistero “alieno” ancora da interpretare.

Particolare della ‘Stele di Rosetta’


Però nel caso di un contatto extraterrestre, potremmo anche imbatterci in oggetti che potrebbero sembrare altro e racchiudere invece un importante segreto.

Un esempio umano , per spiegare meglio questo concetto, è rappresentato dagli ancora enigmatici ‘Quipu‘.

I quipu sono una invenzione degli antichi Inca, e la prima apparizione risalirebbe al Tredicesimo secolo d.C..

A prima vista sembrano dei semplici sistemi di cordicelle e nodi, ma in realtà nascondono un sistema elaborativo e semantico complesso, tanto da poterlo definire un sistema di scrittura tridimensionale.

Le parole si nascondono nei colori dei fili, negli stili dei nodi e, persino nelle torsioni della corda. A tutt’oggi rimangono circa 600 ‘quipu’, ma in passato il loro numero era molto più vasto.

Un ‘Quipu’.


Purtroppo l’arroganza di una religione ‘aliena’ al loro mondo, ci riferiamo al Cattolicesimo, non permise la preservazione, ordinandone circa 500 anni fa, grazie all’intervento dei Conquistatori spagnoli, la loro distruzione perché la Chiesa Cattolica identificava i quipu come “opera del demonio“.

Oggi, però, si è forse scoperta una nuova “Stele di Rosetta” grazie alla tenacia e la caparbietà, e anche di una buona dose di fortuna che non guasta mai, dell’antropologa dell’Università di St. Andrews (Scozia) Sabine Hyland la quale, nel 2011, scoprì grazie anche all’aiuto di una maestra di un popolo della regione di Anchash (Perù), Rebeca Arcayo Aguado, all’interno di una chiesa coloniale nella zona, a undici ore di macchina da Lima, una tavola quipu del Sedicesimo secolo d.C..

Questa tavola di legno è corredata da una serie di quipu, di nodi, di colori e dimensioni differenti, posizionati uno sopra l’altro, con accanto a questi quipu una parola scritta in lingua spagnola.

Grazie all’equivalente spagnolo, si è potuto quindi determinare la relazione tra quipu e le sue forme con i nomi. Gli studi proseguono, ma – come per i geroglifici egizi – se non si fosse trovata questa nuova “Stele di Rosetta” sarebbe stata una impresa immane riuscire a decifrare questo particolare oggetto inca, paragonabile ai moderni personal computer, in grado di controllare ogni cosa, ogni animale e ogni essere umano.

Senza questa tavola di legno, il quipu sarebbe rimasto un oggetto sacro, intriso di misticismo e mistero. Un oggetto che all’occhio umano pare solo un comune intreccio di nodi, ma che racchiude in realtà un immenso universo, quello di una parte di storia dell’antico Impero Inca.

Ci sarebbero altri esempi, ma questi sono abbastanza sufficienti nel dimostrare una sola cosa: non sarà affatto semplice, se non impossibile, decifrare il significato di una lingua extraterrestre in caso di ‘Primo Contatto’.

Se già tra noi esseri umani abbiamo bisogno di innumerevoli “Stele di Rosetta” per sbloccare la chiave della decifrazione, e ci sono voluti 20 anni per i geroglifici egizi e ben 500 anni per iniziare a capire i ‘quipu’ inca, come faremo a decifrare e comprendere un linguaggio proveniente da una civiltà extraterrestre?

Tornando quindi alla cinematografia, il film ‘Arrival’ propone una ipotesi interessante, ma troppo ancorata alle nostre limitate conoscenze e al nostro antropocentrismo. Anche se ammettessimo che la tesi proposta nel film, o nel racconto di Ted Chiang ‘Storie della tua vita’, sia fattibile, il problema sussiste sull’assenza di una vera e propria ‘Stele di Rosetta‘ extraterrestre, e di conseguenza, mancando il “cervello del sistema“, tutti i buoni propositi di interpretazione e di decifrazione di un fonema, di una sintassi, di un linguaggio alieno resterebbero infruttuosi.

A tutt’oggi, quindi, a meno di imprevedibili scoperte, sarà davvero arduo comprendere un linguaggio extraterrestre.

Con tutte le conseguenze che ne seguirebbero.

Fonte

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