La tempesta glaciale di Giove


Una gigantesca macchia scura e fredda è stata localizzata nella regione polare gioviana: estesa per decine di migliaia di chilometri e mediamente 200 gradi più fredda dell’atmosfera circostante.


Un ‘segno particolare’ gelido, dalla forma instabile e di dimensioni ragguardevoli, in grado di competere con la nota ‘Grande Macchia Rossa’: la carta d’identità del quinto pianeta del Sistema Solare si arricchisce di un nuovo elemento, scoperto da un team internazionale di astronomi coordinato dall’Università di Leicester.

La scoperta è stata illustrata nell’articolo “The Great Cold Spot in Jupiter’s upper atmosphere”, pubblicato ieri sulla rivista Geophysical Journal Letters. Il nuovo particolare del look di Giove si è guadagnato il nickname di ‘Grande Macchia Fredda’ (Great Cold Spot) e si è presentato allo sguardo degli studiosi come una macchia scura localizzata nell’alta atmosfera del pianeta, con una temperatura più fredda di circa 200 Kelvin rispetto all’ambiente circostante.

La struttura si estende per 24mila chilometri in longitudine e 12mila in latitudine e, secondo gli autori della ricerca, è stata prodotta dall’effetto del campo magnetico del gigante gassoso e dalle sue aurore polari che sprigionano energia nell’atmosfera del pianeta sotto forma di correnti calde. Questo meccanismo crea un’area fredda nella termosfera, la zona di confine tra la sottostante atmosfera e lo spazio: una condizione che i ricercatori ritengono possa originare una struttura simile alla celebre ‘Grande Macchia Rossa’.

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Rispetto alla sua famosa ‘collega’, questa nuova macchia è apparsa molto più instabile, con marcati cambiamenti di forma e dimensioni anche nel giro di poche settimane.

Analizzando questa peculiarità e tenendo conto che, in base ai dati, tale struttura appare presente nell’alta atmosfera di Giove da almeno una quindicina di anni, il gruppo di lavoro ha ipotizzato che la ‘Grande Macchia Fredda’ tenda a ricrearsi periodicamente e quindi possa avere alle spalle una storia molto antica.

Lo studio è stato condotto utilizzando lo strumento CRIRES (CRyogenic high-resolution InfraRed Echelle Spectrograph) del telescopio VLT dell’ESO, con cui sono state osservate le emissioni spettrali di H3+, uno ione di idrogeno molto diffuso nell’atmosfera di Giove. A queste osservazioni i ricercatori hanno abbinato l’analisi dei dati, relativi sempre ad H3+, raccolti dall’InfraRed Telescope Facility della NASA tra il 1995 e il 2000.

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Gli autori del paper ipotizzano che nell’alta atmosfera di Giove possano esserci altre strutture simili alla ‘Grande Macchia Fredda’ e contano di condurre ulteriori ricerche, giovandosi anche dell’apporto di JUNO, missione NASA che, attraverso l’Agenzia Spaziale Italiana, vanta un significativo contributo ‘tricolore’ con lo spettrometro JIRAM (Jovian InfraRed Auroral Mapper, dell’INAF-IAPS, realizzato da Leonardo Company) e lo strumento di radioscienza KaT (Ka-Band Translator, dell’Università ‘La Sapienza’ di Roma, realizzato da Thales Alenia Space-Italia).

 

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