Le droghe psichedeliche inducono uno stato di coscienza superiore


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Un nuovo studio sembra fornire la prima prova scientifica di quanto gli hippy affermano da oltre 40 anni: le droghe psichedeliche aprono la mente, portando a uno stato di coscienza superiore.


Stato di coscienza superiore, apertura della mente, chiamatela come volete. Quello che è chiaro oggi è che l’attività del cervello sotto l’effetto di sostanze psichedeliche (come la ketamina o Lsd) cambia e diventa più casuale rispetto alle registrazioni tipiche dei normali stati di veglia e di sonno. È ciò che sostengono in un articolo pubblicato su Scientific Reports i ricercatori dell’università del Sussex e dell’Imperial College di Londra, che hanno tracciato l’attività del cervello di volontari che hanno assunto droghe in nome della scienza.

Robin Carhart-Harris e i suoi colleghi dell’Imperial College hanno monitorato l’attività cerebrale di alcuni volontari: 19 erano sotto l’effetto di ketamina, 15 di lsd e 14 di psilocibina (un composto che si trova in alcuni funghi allucinogeni). I ricercatori hanno utilizzato la magnetoencefalografia, una tecnica di neuroimaging funzionale, per misurare il campo magnetico prodotto dai neuroni dei partecipanti allo studio.

I risultati sono stati poi comparati a quelli registrati quando ai volontari era stato somministrato solo del placebo.

Ciò che ne è emerso è che l’attività cerebrale delle persone in preda agli effetti psichedelici delle droghe è più casuale, meno prevedibile rispetto a quella registrata nello stato di veglia lucida.

Ai volontari, inoltre, sono state fatte delle domande per valutare la loro esperienza psichedelica sia durante l’effetto delle droghe, mentre venivano eseguite le scansioni cerebrali, sia in un momento successivo, dopo aver smaltito l’effetto delle sostanze.

Questo ha permesso ai ricercatori di identificare la dimensione fenomenologica dell’esperienza (per esempio la sensazione di dissoluzione dell’io o la visione di immagini mentali vivide) e di assegnare dei punteggi che indicassero l’intensità dell’esperienza.

Comparando i livelli di attività cerebrale con i punteggi di intensità, gli scienziati hanno stabilito una forte correlazione tra le misurazioni effettuate e la dimensione fenomenologica dell’esperienza psichedelica dedotta dalle risposte dei volontari.

Secondo gli autori dello studio, dunque, lo stato tipico di chi fa uso di droghe psichedeliche – che viene descritto come il galleggiare alla ricerca della pace interiore a cui si alternano distorsioni del tempo e sensazioni di disgregazione dell’io, ma che non comporta una perdita globale di ciò che chiamiamo coscienza – sia, appunto, un altro livello di coscienza. Un livello di coscienza superiore sia perché caratterizzato da livelli di attività elettrica cerebrale più alti rispetto al normale sia perché – rifacendosi alle risposte dei volontari – restituisce una percezione della realtà più profonda e interconnessa.

I dati sono anche stati confrontati con quelli di studi precedenti che avevano mappato l’attività cerebrale durante il sonno o nello stato indotto dall’anestesia: in questi casi i neuroni sparano, cioè hanno picchi di attività elettrica, con un andamento statistico più ordinato, prevedibile appunto.

“Quello che abbiamo trovato è che sotto l’effetto di ciascuno dei composti psichedelici testati la misura specifica del livello di coscienza aumenta […]. L’attività neurale diventa più imprevedibile”, ha dichiarato Anil Seth, professore di neuroscienze all’Università di Sussex e coautore dello studio. “Finora avevamo visto solo diminuzioni rispetto ai valori di base del normale stato di veglia”.

Le scansioni del cervello dei volontari, inoltre, hanno messo in luce come i maggiori effetti delle droghe psichedeliche si registrino a livello di regioni cerebrali preposte all’elaborazione delle percezioni, più che al linguaggio o al movimento.

Anche se non è chiaro in che modo simili alterazioni influenzino lo stato di coscienza, secondo Robin Carhart-Harris sembra proprio che l’improvviso aumento della casualità nell’attività cerebrale rifletta uno stato cosciente più profondo e ricco: “Forse questa è la firma neurale dell’apertura della mente”.

Carhart-Harris è anche tra gli autori di uno studio che l’anno scorso ha presentato i primi interessanti e promettenti risultati sull’impiego di droghe psichedeliche come l’Lsd in persone affette da depressione grave.

Secondo gli esperti, infatti, questi nuovi dati potrebbero aiutare a capire quale attività neurale corrisponda ai diversi livelli di coscienza nell’essere umano, ma anche come, studiando il modo in cui le persone rispondono a queste droghe, certi pazienti con disturbi mentali potrebbero trarre benefici dal trattamento con farmaci psichedelici.

“Sta diventando chiaro che esiste un’efficacia clinica di queste sostanze” sostiene Seth. “Potremmo in futuro essere in grado di misurare gli effetti dell’Lsd sull’individuo per prevedere come ciascuno potrebbe rispondere al trattamento”.

Attenzione, però, le ricerche sono ancora all’inizio e molti altri studi dovranno seguire prima che si possano trarre delle conclusioni attendibili. Pertanto gli scienziati sconsigliano fortemente di procurarsi funghetti magici per curare gli stati depressivi, almeno per il momento.

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