Il respiro della tundra


Uno studio congiunto della NASA e del NOAA dimostra che negli ultimi anni sono in aumento le emissioni di anidride carbonica dal suolo della tundra in Alaska. Un incremento che avviene anche nei primi mesi invernali, e che contribuisce a far salire la febbre del Pianeta.

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Il riscaldamento globale del Pianeta sta favorendo l’incremento dell’emissione di anidride carbonica dalla tundra dell’Alaska. In particolar modo, all’inizio dell’inverno. Lo afferma uno studio congiunto della NASA e del NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration), pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS).

In questo modo, sostengono gli esperti USA, si crea un circolo vizioso. Più CO2 liberata in atmosfera significa, infatti, far salire la febbre del Pianeta, con il conseguente rilascio di ulteriori quantità di anidride carbonica dal suolo.

Secondo Roisin Commane, della Harvard University, coordinatrice del team di ricerca, tra ottobre e dicembre di ogni anno, la quantità di CO2 liberata dal suolo in Alaska è aumentata del 70% rispetto al 1975.

Per stimare la distribuzione spaziale e stagionale delle emissioni di anidride carbonica, gli scienziati si sono basati sui dati raccolti dalle stazioni a terra del NOAA e in tre anni di osservazioni aeree, tra il 2012 e il 2014, dalla missione NASA CARVE (Carbon in Arctic Reservoirs Vulnerability Experiment).

“In passato era necessario appena un mese perché il suolo congelasse all’inizio dell’inverno – afferma Commane -. Negli ultimi anni, invece, con l’aumento delle temperature medie globali del Pianeta, ci sono regioni dell’Alaska dove il suolo della tundra impiega più di tre mesi a gelare completamente. Per questo – sottolinea la studiosa -, durante questo periodo continua l’emissione di CO2, come abbiamo potuto osservare”.

“Il suolo della tundra sembra agire come un amplificatore dei mutamenti climatici – aggiunge Steve Wofsy, coautore dello studio -. Abbiamo, quindi, bisogno di monitorare attentamente quel che sta avvenendo lì, anche alla fine dell’anno, in inverno, quando – conclude lo studioso – tutto sembra essere congelato e dormiente”.

Fonte

 

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