Le ultime parole di Rosetta


Rosetta ha terminato la sua missione il 30 settembre 2016, impattando sulla cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko ma i suoi strumenti hanno lavorato fino alla fine.


 

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Le zone riprese da OSIRIS durante la discesa. Nella fase iniziale l’obiettivo era la zona “Deir el-Medina” in blu, mentre alla fine il soggetto è stato “Sais”, in rosso.


La sonda aveva toccato il suolo all’interno dell’ellisse designata di 700×500 metri tra due pozzetti nella regione Ma’at.

L’obiettivo principale era Deir el-Medina, un pozzo considerato di età intermedia (gli scienziati stimano la datazione in base alla quantità di polveri e detriti che nel tempo hanno parzialmente riempito i buchi e alla loro topografia più o meno ripida ed acuta). La ricostruzione della traiettoria ha mostrato che Rosetta ha toccato Chury alle 10:39:34 UT appena dentro un buco poco profondo ed antico, successivamente denominato Sais, come un’antica città egizia che avrebbe custodito la stele da cui la missione ha preso il nome. Poco prima dell’impatto uno degli star tracker della sonda aveva segnalato la presenza di un “grosso oggetto” nel campo visivo che era probabilmente l’orizzonte locale. Il segnale è andato perso non appena la sonda ha impattato, probabilmente a causa del successivo orientamento dell’antenna ad alto guadagno e per il subentro della modalità di sicurezza prevista con cui sono stati disattivati i sistemi principali, compreso il trasmettitore per “soddisfare le normative finalizzate ad evitare interferenze sui canali di comunicazione nello spazio profondo“.

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Crepaccio in “Deir el-Medina”.


L‘ultima immagine era stata catturata dalla fotocamera OSIRIS circa 20 metri sopra la superficie ma tutte le foto scattate durante la discesa sono riuscite a restituire incredibili dettagli per gli scienziati, a cominciare dalle pareti interne del pozzo Deir el-Medina, utilizzate per comprendere la geologia della cometa e la sua storia.

Il Double Focusing Mass Spectrometer (DFMS) e il Comet Pressure Sensor (COPS) avevano registrato dati fino al touchdown.

ROSINA aveva misurato un aumento della pressione del gas di un fattore 100 mentre Rosetta si avvicinava alla cometa ma con “una caduta a zero della velocità e della pressione prima di arrivare al suolo, suggerendo che doveva esserci un’interessante accelerazione del gas leggermente lontano dal nucleo“, si legge nel comunicato.

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A sinistra, l’andamento temporale della distanza dal centro della cometa (in rosso) e della pressione del gas registrata da Rosina/COPS durante la discesa . A destra il grafico dedotto dal precedente con la pressione in funzione dell’altezza, entrambe in scala logaritmica.


Il team di MIRO ritiene che lo strumento deve aver funzionato fino a quando Rosetta era 20 metri sopra la superficie, rilevando la temperatura del nucleo fino a 1/5 centimetri sotto la superficie, .

Nelle ultime ore, vediamo temperature variabili tra circa 80 e 160 K [-193 e -113 Celsius circa]. Pensiamo che queste differenze siano dovute alla topografia e all’ombreggiamento ma dobbiamo ancora correlare i dati con i modelli topografici e le immagini di OSIRIS per confermarlo“.

Abbiamo anche notato che la temperatura del nostro telescopio è aumentata nelle ultime due ore della discesa. Non sappiamo ancora se questo era dovuto ad un cambiamento dell’angolo della luce del Sole, o se era riscaldato dal nucleo che man mano riempiva tutto il campo di vista“.

Il 27 settembre alle 13:26 UT, MIRO aveva anche preso l’ultima misurazione spettroscopica della chioma, determinando che il tasso medio di produzione dell’acqua era di circa 1024 molecole al secondo, equivalenti a due cucchiai, mentre durante il perielio di agosto 2015 le stime indicavano due due vasche da bagno ogni secondo.

Anche Alice aveva ripreso osservazioni in ultravioletto fino alla fine: lo spettro finale trasmesso alle 10:20:16 e terminato alle 10:30:21 UT, orario di Chury, 9 minuti prima dell’impatto, raccoglie i dati rilevati tra i 1000 ed i 500 metri di altitudine sopra la superficie.

L’andamento della pendenza e la mancanza di ampie caratteristiche di assorbimento nell’ultima ora dei dati, come lo spettro medio complessivo, sono molto simili ai risultati precedentemente pubblicati: cioè, Alice non ha visto differenze significative nella composizione della superficie a queste elevate risoluzioni spaziali rispetto alle osservazioni su aree più grandi. Non c’era neppure un cenno a possibili piccole chiazze i ghiaccio.

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Spettri  finali di Alice, con i dati di riflettività a 3m di risoluzione.


I sensori del Rosetta Plasma Consortium (RPC) hanno misurato continuamente il vento solare durante la discesa, riportando densità plasmatiche molto basse. Tuttavia, il plasma ha raggiunto un picco massimo di circa 100-150 cm-3 (misurazione preliminare) a circa 2 chilometri dalla superficie, prima di scendere di nuovo. Ciò è compatibile con un plasma che nasce dal gas neutro rilasciato dalla cometa: la sua densità deve essere bassa sulla superficie poiché le molecole che si trovano lì hanno appena lasciato il nucleo e non hanno avuto tempo di ionizzarsi.

Infine, RPC-MAG ha effettuato misurazioni fino a una distanza di circa 11 metri sopra la superficie, non mostrando alcun aumento nel campo magnetico, confermando i risultati già rilevati durante l’atterraggio di Philae nel novembre 2014, e cioè la cometa non è magnetica.

L’ultima particella COSIMA – chiamata Yaman Evijarvi – raccolta il 27 Settembre a 20 km dalla cometa.

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Degli strumenti dedicati alla polvere, solo GIADA era in funzione durante la discesa (MIDAS e COSIMA avevano completato la missione nei giorni precedenti). GIADA non ha rilevato polvere ma questo mancata rilevazione è in sé interessante: “Durante la discesa finale, l’ambiente era pulito come una ‘camera bianca’“; eventuali grani di polvere dovevano essere sotto i 50 micrometri, limite di sensibilità di GIADA, ha dichiarato la ricercatrice principale dello strumento Alessandra Rotundi.

Qui sotto, l’ultima analisi sulla massa degli ioni, attorno alla particella ‘Lou’, ingrandita su un intervallo che include l’alluminio e le molecole organiche (Image courtesy M. Hilchenbach).

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Martin ha commentato che anche negli ultimi giorni di Rosetta, la loro squadra era indaffarata come sempre. “Alla fine, la nostra fonte di ioni primari è sopravvissuta per un totale di ore doppia del previsto […] le squadre sono concentrate sull’analisi dell’enorme set di dati raccolti durante oltre due anni intorno alla cometa. Questi dati verranno eventualmente resi disponibili, insieme a tutti gli altri, negli archivi ESA“.

 

 

Riferimenti, Fonte

 

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