ALMA nel cuore del disco


L’Osservatorio dell’ESO ha fornito dati utili alla ricerca di un gruppo di astronomi dell’Università del Michigan che teorizza di poter utilizzare il monossido di carbonio per tracciare l’area più prolifica attorno ad una protostella.


 

ALMA rivolge il primo sguardo al centro delle nursery cosmiche. L’Atacama Large Millimeter/Sub Millimeter Array dell’ESO punta dritto al cuore dei dischi di polveri e gas per esplorare le dinamiche fisiche che conducono alla formazione di nuovi mondi: l’osservatorio cileno è stato utilizzato dal team internazionale di ricerca, coordinato attraverso l’Università del Michigan, per elaborare un metodo innovativo per lo studio delle regioni più prolifiche del cielo in cui nascono i pianeti.

Le osservazioni finora sono state limitate ai dischi che circondano le protostelle, strutture di polveri e gas da cui emergono i pianeti. Gli studi tuttavia sono stati superficiali, perché i gas che li avvolgono offuscano la vista dei telescopi, inducendo gli scienziati a dedurre le leggi fisiche alla base dei processi di formazione attraverso la definizione di temperature, velocità gravitazionali e densità nel disco.

Secondo la ricerca, apparsa su Nature Astronomy, la strada per la comprensione delle dinamiche di formazione dei pianeti passa attraverso l’analisi della sezione centrale, un’area nel mezzo dello spessore del disco in cui c’è maggiore abbondanza di materiale utile alla nascita di nuovi mondi. Gli autori della ricerca teorizzano che per l’analisi di quelle regioni ci sia bisogno di una molecola tracciante che riveli le attività in atto nel cuore del disco stesso. Da scartare l’idea di utilizzare l’idrogeno molecolare come indicatore: pur se questo elemento è il più abbondante nelle nursery planetarie, non emette luce alle temperature relativamente basse ai cui vengono plasmati i nuovi mondi. Per questo motivo gli esperti indicano come possibile soluzione l’osservazione di una rara forma di monossido di carbonio.

Attraverso le rilevazioni radio di ALMA, gli astronomi hanno osservato la distribuzione del monossido nel piano centrale del disco e da qui sono risaliti alla quantità di massa disponibile per costruire un nuovo pianeta. I dati di ALMA hanno fornito indicazioni anche sulle temperature all’interno della fucina planetaria e sulla cosiddetta snowline – la distanza che intercorre tra la protostella e i primi grani di materiale ghiacciato che, almeno nel Sistema Solare, aggiungono massa solida al nucleo del futuro pianeta.

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