Spettro atmosferico di un esopianeta


Un team coordinato dall’Arizona State University ha effettuato la prima osservazione diretta dell’esopianeta 51 Eridani b, scoprendo che la sua atmosfera è in parte composta da nubi. I risultati su Astronomical Journal.


 

L’osservazione diretta di un pianeta distante era in passato un privilegio raro, di cui gli astronomi potevano approfittare solo in presenza di mondi molto luminosi orbitanti attorno a stelle fioche.

Ma oggi le tecniche per studiare il cielo sono sempre più avanzate, e questo ha aumentato le potenzialità dell’osservazione diretta che, rispetto a quella più tradizionale del metodo dei transiti, ha il vantaggio di permettere di misurare la luminosità intrinseca di un esopianeta.

Questo si traduce nella misura precisa dello spettro atmosferico, un dato fondamentale per ricostruire l’evoluzione dei sistemi planetari.

È quanto successo per il 51 Eridani b, un pianeta gioviano che si trova a circa 100 anni luce da noi.

L’oggetto celeste, scoperto nel 2015 grazie al Gemini Planet Imager (GPI), è stato ora osservato direttamente da un team di ricerca coordinato dall’Arizona State University. Gli scienziati hanno combinato i dati spettroscopici raccolti da GPI con i dati fotometrici ottenuti da dal telescopio Keck I alle Hawaii: questo ha permesso di calcolare la luminosità dell’esopianeta con un dettaglio senza precedenti.

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Da qui è stato possibile determinare lo spettro dell’atmosfera di 51 Eridani b, che ha mostrato un risultato insolito: una spiccata tendenza verso il rosso.

La ragione potrebbe essere un cielo parzialmente nuvoloso sull’esopianeta, ipotesi confermata dal modello sviluppato dai ricercatori a partire dai dati raccolti.

Lo studio, pubblicato su Astronomical Journal, afferma che le nubi di 51 Eridani b dipendono probabilmente di un processo di trasformazione del pianeta: da un corpo celeste caldo di tipo L a uno più freddo di tipo T.

Gli autori hanno inoltre utilizzato le informazioni sulla luminosità dell’esopianeta per indagare i suoi possibili meccanismi di formazione.

I dati sarebbero coerenti con il cosiddetto scenario di “inizio freddo”, secondo cui i pianeti crescono lentamente a partire da un nucleo solido a basse temperature.

Questa ipotesi andrà confermata da ulteriori osservazioni, che saranno possibile grazie ai nuovi telescopi come il futuro James Webb.

Intanto lo studio di questo esopianeta dal cielo parzialmente nuvoloso mostra come l’osservazione diretta di oggetti celesti distanti stia diventando sempre più una realtà.

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