Il mistero dell’indecifrabile manoscritto di Voynich. “E’ stato scritto da un italiano”


Da cento anni in migliaia provano a risolvere l’enigma del libro dall’alfabeto sconosciuto. Ora l’esperto Stephen Skinner è convinto che la chiave sia l’Italia.


Un enigma nell’enigma. Se c’è un libro al mondo considerato indecifrabile e il “più misterioso del pianeta”, questo è il manoscritto di Voynich. Per più di cento anni almeno 1600 fra studiosi e ricercatori, tra cui anche esperti della Nasa, hanno provato a scoprire cosa volesse dirci quello strano volume ricco di figure cosmologiche, erboristiche, spaziali e irreali scritto in una lingua incomprensibile. Il secondo enigma, per tutti loro, era capire chi lo avesse realizzato.

Oggi secondo uno studioso australiano importanti indizi fanno pensare che a realizzare quest’opera fosse stato “un ebreo italiano vissuto nel Nord Italia”. Il ritrovamento del manoscritto, del resto, parte proprio dal nostro Paese.

Nel 1912 il collezionista e libraio polacco Wilfrid Voynich lo acquistò a Frascati nel collegio gesuita di Villa Mondragone. Era in mezzo ad altri 30 volumi messi in vendita dai religiosi nella speranza di ristrutturare la villa. Con sorpresa, il polacco ritrovò all’interno dell’indecifrabile libro una lettera del medico reale di Rodolfo II di Boemia che inviava il testo a Roma, dall’amico poligrafo Athanasius Kircher, nella speranza che lo decifrasse per il suo sire. Da allora, la ricerca per scoprire i segreti delle 240 pagine rilegate nel codex del 1400 (tra il 1404 e il 1438 secondo l’esame del carbonio) non si è mai fermata, anche se in molti hanno pensato che potesse trattarsi di un falso. Anche Luigi Serafini, autore del libro più strano del mondo, il codex Seraphinianus, ha più volte affermato di non essersi ispirato al Voynich e di credere che si trattasse di una ‘bufala’ rifilata dal braccio destro del re.

Piante mai catalogate, costellazioni mai esistite, alfabeto ignoto, parole incomprensibili e iper dettagliate, e poi figure di donne e illustrazioni erboristiche, il libro è diventato così famoso che pochi anni fa, grazie a un team di esperti spagnoli, l’unica copia esistente è uscita dalla Biblioteca Beinecke dell’Università di Yale dove era conservata ed è arrivata a Burgos, in Spagna, da dove il codice è stato riprodotto.

Nell’agosto del 2017 una nuova riproduzione uscirà con una lunga prefazione del curatore, il dottor Stephen Skinner, che da 40 anni studia attentamente il codex.

Skinner – come scrive nel nuovo testo – è convinto che alla fonte di quel misterioso volume che ha eluso linguisti e crittografi di mezzo mondo ci sia proprio un italiano. Per affermarlo, certo che la sua intuizione contribuirà a “svelare più segreti del codice”, Skinner si è basato su una analisi visiva degli elementi del libro. A colpirlo sono, per esempio, alcune figure di donne nude all’interno del testo raffigurate in strane piscine verdi collegate a tubi intestinali. Secondo l’esperto medioevale si tratta di illustrazioni di bagni ebraici chiamati mikvah, utilizzati per purificare le donne dopo parto o mestruazioni. Nell’immagine non ci sono uomini.

“L’unico posto dove vedere donne fare un bagno insieme in Europa a quel tempo era nei bagni di purificazione che sono stati utilizzati dagli ebrei ortodossi per gli ultimi 2mila anni” spiega al Guardian convinto che si tratti di un mikavh.

A questo aggiunge la mancanza nel codex di simbolismo cristiano, inusuale ai tempi dell’Inquisizione. “Non ci sono santi, croci, neanche nelle sezioni cosmologiche”. L’altro indizio che Skinner collega, sostenendo che l’autore fosse ebreo, è legato alle piante: le uniche che si possono ipotizzare nella realtà sembrano essere quelle di cannabis o oppio, il che “fa pensare che fosse un erborista o comunque una persona con conoscenze in materia” e seppur perseguitati a quei tempi i medici ebrei venivano spesso consultati proprio per la loro conoscenza botanica.

Infine, ed è qui che nella prefazione Skinner sottolinea il collegamento con l’Italia, si è soffermato sulla raffigurazione di quello che sembra un castello con merli a “coda di rondine”, tipici delle fortificazioni ghibelline nel nord Italia del XV secolo. All’indizio geografico vanno ad aggiungersi poi alcuni cenni storici sull’area di Pisa, la presenza degli ebrei e le influenze dello stile germanico (che si nota in certi disegni) legato al Sacro Romano Impero.

Tra l’altro, sempre parlando del Belpaese, qualche anno fa proprio un italiano – Giuseppe Bianchi di Arquata Scrivia – avanzò l’ipotesi che all’interno del codex esaminando i caratteri si potevano trovare altri codici segreti da analizzare.

“La mia teoria dovrà chiaramente essere testata da altri studiosi” dice Skinner credendosi “certo all’85%” sull’origine italiana dell’autore e sicuro che “la diffusione di copie in libreria aiuterà a risolvere questo mistero” contando sul fatto che “qualcuno potrebbe offrire una sua interpretazione mai pensata prima”.

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