Perché il cambiamento climatico causerà più uragani anche in Europa


L’uragano Ophelia rischia di non essere una tragica eccezione.


Il numero di fenomeni atmosferici come uragani e tempeste generati nell’Oceano Atlantico da metà agosto alle prime settimane di ottobre sta facendo guadagnare al 2017 una posizione da record molto in fretta.

La stagione degli uragani atlantici è stata infatti iperattiva quest’anno: tre dei sei uragani atlantici recenti — Jose, Irma e Maria — sono stati caratterizzati da un indice ACE (Energia Ciclonica Accumulata) superiore a 40. L’ultimo di questi, Maria, ha colpito l’isola di Puerto Rico solo poche settimane fa, devastandone le infrastrutture gravemente e causando quella che è, di fatto, una crisi umanitaria.

Ma gli Stati Uniti e i paesi del continente americano in generale non sono gli unici luoghi che si affacciano sull’oceano Atlantico a doversi preoccupare di questi prepotenti fenomeni climatici: il passaggio dell’uragano atlantico Ophelia su Irlanda e Regno Unito in questi giorni, per esempio, ha messo in chiaro che il problema non riguarda solo zone del mondo che lottano contro situazioni climatiche estreme da tempo, ma anche il vecchio continente europeo.

Secondo alcuni, Ophelia non rappresenta una circostanza eccezionale, ma un assaggio di un futuro in cui il cambiamento climatico ha ormai inasprito i fenomeni meteorologici estremi.

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L’uragano Ophelia ha raggiunto l’Irlanda, dove le scuole sono rimaste chiuse preventivamente e diverse migliaia di abitazioni risultano tagliate fuori dalla rete elettrica, mentre l’aeroporto di Dublino ha dichiarato lo stato di allerta. L’uragano ha poi raggiunto anche le coste inglesi, trascinandosi dietro le tempeste di pioggia e i venti fortissimi che si erano prima abbattuti sull’Irlanda, oltre a grosse quantità di sabbia sahariana che ha tinto di rosso i cieli londinesi.

Ma le conseguenze del suo passaggio in prossimità dei paesi europei che affacciano sull’oceano non hanno riguardato solo ingenti precipitazioni: In Spagna e in Portogallo i forti venti hanno scatenato incendi devastanti, causando la morte di alcune decine di persone.

L’ultima tempesta di entità almeno paragonabile al passaggio di Ophelia risale a 30 anni fa esatti, quando il sistema meteorologico inglese sottovalutò la portata effettiva di un ciclone extratropicale poi ribattezzato “Great Storm of 1987.”

Gli uragani che si originano nell’atlantico tropicale e viaggiano verso il Nord America spesso sono infine deflessi verso nord-est dai venti occidentali e dalla corrente a getto, andando ad interessare la regione nord-occidentale europea, va detto però che una volta raggiunte alte latitudini, perdono le caratteristiche tipiche di uragano e si trasformano in tempesta ‘post-tropicale’ (talvolta rimanendo comunque molto intensi) e arrivano spesso ad interessare il settore europeo, ancorché come generiche perturbazioni atlantiche. Questo succede frequentemente. Quello che è veramente raro è che uragani arrivino sulle coste europee conservando caratteristiche di ciclone tropicale, per quanto indebolito. E’ successo nel 2005 sulle coste spagnole (Vince) e nel 1961 con Debbie (colpendo Azzorre e successivamente Irlanda) e per poco non è successo con Chloe (Francia, 1967).”

Allo stesso tempo, ha spiegato poi Chiggiato, la zona di formazione specifica di Ophelia rappresenta un altro elemento di inconsuetudine per fenomeni simili, legato plausibilmente al cambiamento climatico. Per quanto esista una naturale variabilità dovuta alla circolazione generale atmosferica, ha detto l’oceanografo, “Questa tempesta tropicale si è originata a latitudini relativamente alte (>30° N) e più a est di tutte le altre originatesi a queste latitudini, finendo per avere poi un destino (geografico) diverso dal solito come conseguenza della sua insolita zona di formazione, normalmente avversa all’intensificazione delle tempeste tropicali. In uno studio recente su Nature, è stato ipotizzato come la frequenza di formazione di tempeste tropicali a latitudini relativamente alte possa aumentare in risposta ai cambiamenti climatici.”

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Per quanto riguarda la futura frequenza di fenomeni come Ophelia in Europa secondo alcuni studi, “l’aumento di temperatura del Atlantico tropicale orientale potrebbe favorire la formazione di tempeste tropicali che, una volta formatisi in questo settore, colpirebbero poi facilmente l’Europa Occidentale,” con una casistica che, per ovvie ragioni, riguarda in particolare i paesi che si affacciano direttamente sull’oceano Atlantico.

“Difficilmente il Mediterraneo può essere direttamente interessato da fenomeni del genere,” ha spiegato Chiggiato, “in quanto perdono le caratteristiche di tempesta tropicale ben prima di raggiungere questa regione a causa di condizioni sfavorevoli allo sviluppo e mantenimento. Ad essere interessata direttamente è la parte occidentale dell’Europa, quella che si affaccia sull’Oceano Atlantico.”

Questo non significa, però, ha proseguito, che i paesi europei che si affacciano invece sul Mediterraneo non possano subire le ripercussioni collaterali degli uragani Atlantici — come l’ondata di calore che ha colpito anche l’Italia in questi giorni e che sembra dovuta dai venti caldi portati da Ophelia — o essere colpiti da tempeste simili per quanto diverse in proporzione, che rischiano di acutizzarsi in futuro.

Nel Mediterraneo sono possibili sistemi simili, chiamati Medicane (MEDIterranean hurriCANE), che occasionalmente (mediamente uno all’anno) qui si generano portando tempeste di vento e piogge abbondanti, ma che non sono necessariamente più distruttivi delle frequenti perturbazioni di forte intensità che insistono normalmente sul Mediterraneo. Scenari basati su simulazioni al computer suggeriscono che la frequenza di medicane in futuro possa diminuire, mentre, viceversa, l’intensità aumentare. In altre parole, meno eventi ma più distruttivi.”

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