Il titanoboa è stato il serpente più grande della Terra


Con un peso superiore alla tonnellata e una lunghezza paragonabile a quella di un autobus. Si avvantaggiò della scomparsa dei dinosauri e dominò le paludi dell’America meridionale sino all’estinzione.

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Nel Paleocene, 60 milioni di anni fa, in America meridionale viveva una creatura a dir poco terrificante, il titanoboa (Titanoboa cerrejonensis), il serpente più grande mai esistito sul nostro pianeta. Lungo fino a 15 metri, più o meno quanto un autobus, il maestoso rettile superava la tonnellata di peso, e si aggirava nelle paludi divorando prede enormi come i coccodrilli. Sebbene somigliasse al temuto boa constrictor, che arriva a 4 metri di lunghezza, il suo comportamento era molto simile a quello degli anaconda, i serpenti viventi più grandi della Terra, che raggiungono circa dieci metri di lunghezza per 200 chilogrammi di peso. Secondo alcuni racconti mai confermati gli anaconda verdi (Eunectes murinus) potrebbero arrivare a venti metri, dunque sarebbero persino più lunghi degli estinti titanoboa, ma normalmente non si trovano esemplari che superano i 9 metri, e sono rarissimi quelli che arrivano a 11.

Il titanoboa, i cui resti furono scoperti nel 2009 nella grande miniera di carbone colombiana di Cerrejón, nel Dipartimento di La Guajira, riuscì a raggiungere simili dimensioni non solo grazie al clima più caldo e umido dell’epoca, ma anche perché molte nicchie ecologiche furono lasciate libere dai dinosauri e altri animali estinti. Appena 6 milioni di anni prima dalla sua comparsa, infatti, l’asteroide chicxulub di 12 chilometri cadde nell’attuale penisola dello Yucatan (Messico) determinando l’estinzione dei grandi rettili, aprendo le porte ad altre specie come appunto il maestoso titanoboa.

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Nel 2009, oltre alle vertebre, i ricercatori Jonathan Bloch, Jason Head e Jorge Moreno-Bernal recuperarono incredibilmente anche il cranio del titanoboa; difficilmente si trovano crani fossili di questi animali perché le ossa sono molto fragili, ma quello del gigante era incastonato in una roccia di arenaria. Fu un vero colpo di fortuna che permise ai paleontologi di carpire numerose informazioni sulla specie, sulla quale venne scritto un corposo articolo per Nature.

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