Le civiltà aliene sono sopravvissute al cambiamento climatico?


Modellare le possibili traiettorie delle civiltà extraterrestri potrebbe aiutarci a comprendere meglio il destino della vita sul nostro pianeta.

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La prima generazione dei telescopi spaziali pensati per cercare esopianeti come Kepler e COROT hanno rivelato che la maggior parte delle stelle nella galassia ospitano dei pianeti, e questa premessa potrebbe far equivalere il numero di pianeti presenti nell’universo a circa un trilione. Anche se non abbiamo ancora avuto nessuna notizia dagli extraterrestri, il livello di abbondanza di pianeti significa che comunque ci sono delle buone possibilità che delle civiltà intelligenti abbiano piantato le radici da qualche parte nel cosmo negli ultimi 13 miliardi di anni.

Alcune di queste civiltà intelligenti potrebbero essere durate abbastanza da aver sviluppato tecnologie sofisticate come le nostre, e ciò significa che potrebbero aver dovuto avere a che fare con gli stessi problemi con cui stiamo avendo a che fare noi qui sulla Terra, come il fatto che la nostra civiltà alimentata a benzina sta accelerando a dismisura i ritmi del cambiamento climatico. La domanda è, quindi, queste civiltà extraterrestri saranno riuscite a sopravvivere alla loro stessa corsa verso l’energia necessaria a dare potenza alla civiltà stessa?

Anche se non abbiamo ancora alcun dato sulle civiltà extraterrestri, rispondere a questa domanda non è impossibile. Come spiegato in un recente studio pubblicato su Astrobiology, è possibile creare dei modelli dello sviluppo di civiltà extraterrestri basati su ciò che noi sappiamo sulla Terra e su altri pianeti nel nostro sistema solare.

I modelli sviluppati da Adam Frank, un astrofisico della University of Rochester, e dai suoi colleghi analizzano due fattori primari nello sviluppo di un civiltà tecnologica: il volume di popolazione e l’utilizzo di energia. Questi due fattori sono profondamente interconnessi nella misura in cui l’abilità di raccogliere quantità maggiori di energia significa che è possibile sostenere volumi di popolazione più grandi. Ciononostante, mentre il volume di popolazione lievita, lievita anche il feedback del nostro utilizzo di energia sull’ambiente relativamente alla grandezza della popolazione e al tipo di energia utilizzata.

Per gli umani, che negli ultimi 150 anni si sono affidati in gran parte alle energie fossili, il residuo nocivo del nostro utilizzo di energia è definito cambiamento climatico, ciononostante gli effetti della nostra crescente popolazione può anche essere rilevata nel rapido esaurimento dei combustibili fossili stessi. A un certo punto, gli effetti del cambiamento climatico possono essere così dannosi da influenzare altri fattori fondamentali per l’esistenza umana. Per esempio, le temperature in innalzamento possono distruggere i raccolti, il cambiamento del clima può causare siccità prolungate e l’innalzamento del livello del mare può sommergere le città costiere.

Questo tipo di feedback planetario ha un effetto negativo sulla popolazione umana. E se continuasse a peggiorare, potrebbe finire per sterminare l’intera popolazione umana. L’intelligenza umana, però, ci permette anche di elaborare altre opzioni — possiamo passare a fonti di energie rinnovabili come l’energia solare, fonti che hanno un impatto decisamente minore sul nostro pianeta. Che questa inversione di tendenza stia avvenendo in misura non sufficiente o troppo tardi, però, rimane ancora una domanda aperta.

È stata proprio l’interazione tra questi fattori che ha permesso a Frank e ai suoi colleghi di creare dei modelli di possibili destini per le civiltà extraterrestri. Come Frank ha spiegato in un articolo sulla sia ricerca pubblicato su The Atlantic, i loro modelli hanno rivelato tre tipi principali di traiettorie per le civiltà aliene. La più comune è chiamata “lasciarsi morire” e, come suggerisce il nome, non è esattamente una panoramica allettante. In questi modelli, le civiltà crescono così velocemente mentre raccolgono combustibili fossili che finiscono per superare rapidamente i limiti dei loro pianeti. Così, gran parte della popolazione muore quando il pianeta supera il proprio livello di sostenibilità.

“In molti modelli, abbiamo rilevato che fino al 70 percento della popolazione finisce per morire prima che il pianeta raggiunga un livello di assestamento,” ha scritto Frank. “In realtà, non è chiaro se una civiltà tecnologicamente complessa come la nostra potrebbe sopravvivere ad una catastrofe del genere.”

La seconda possibilità, che Frank ha descritto come “l’atterraggio morbido,” prevede una transizione verso le energie pulite da parte delle popolazioni in parallelo alla crescita di volume della popolazione stessa. Questo quadro permette alla civiltà di raggiungere un equilibrio senza però perdere gran parte della propria popolazione.

Poi, c’è la terza opzione, ovvero il collasso totale di una civiltà extraterrestre. In questo modelli, il pianeta ospitante era troppo sensibile per poter sostenere la crescita rapida di una civiltà ad alto regime energetico che ha fatto affidamento ai combustibili fossili e ha portato all’estinzione completa della popolazione extraterrestre. Anche se passare alle energie rinnovabili sembrava poter aiutare il pianeta, nemmeno una transizione rapida ha salvato il pianeta — il suo destino è stato semplicemente posticipato.

“In alcuni quadri di ‘collasso posticipato’, i meccanismi interni del pianeta stesso sono stati quelli ad averne segnato la fine,” ha scritto Frank. “Sforza troppo un pianeta, e non tornerà mai allo stato iniziale.”

Questa cosa può succedere anche su pianeti privi di una civiltà. Infatti, molti scienziati planetari pensano che anche Venere, una volta, era simile alla Terra, ma epoche intere sotto l’influenza dell’effetto serra l’hanno trasformato nel pianeta infernale che conosciamo oggi.

Infine, questi modelli di possibili civiltà extraterrestri ci dicono di può sul futuro del nostro pianeta — Ben più di ciò che potrebbero dire su qualunque civiltà aliena che ci potrebbe star scrutando dalle stelle. Evidenziano l’importanza dello studio del clima per il nostro pianeta al fine di creare un modello fisico più realistico per l’evoluzione planetaria. Farlo potrebbe essere determinante per il futuro della nostra specie, e ci potrebbe permettere di unirci al club esclusivo di civiltà universali che sono state in grade di trovare un equilibrio per il proprio pianeta.

“Da questo punto di vista, la narrativa del cambiamento climatico non riguarda un bisticcio tra Destra e Sinistra o tra capitalisti e ambientalisti,” ha scritto Frank. “Invece, si tratta di un test cosmico, un test che ci dà la possibilità di unirci a coloro che hanno superato con successe il confine infernale del cambiamento climatico — o semplicemente di essere ricordati, in futuro, come l’ennesima civiltà troppo stupida per prendersi cura del proprio pianeta.”

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