Caravaggio non è morto di sifilide: una nuova scoperta mostra che a ucciderlo non fu la dissennata vita sessuale


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Caravaggio era il maestro dei chiaro scuri. Nelle sue splendide nature morte, Davide con la testa di Golia, il Bacchino malato, entrambi autoritratti, si vede la maestria del colore e la drammaticità. Era un pittore a tinte forti. Ma lo era anche come uomo: beveva, partecipava a risse e duelli, e per quanto riguarda il sesso non aveva limiti né di genere né di estrazione.

La leggenda popolare vuole che sia morto di sifilide, una punizione per la sua dissennata vita sessuale. Ma ora un gruppo internazionale di ricercatori delle Università di Marsiglia, Ravenna e Verona, ha scoperto un’altra realtà: in seguito al ritrovamento dei suoi resti nel cimitero di Porto Ercole, ha potuto stabilire che era morto per setticemia, un’infezione degradata in seguito alla ferita di una spada.

Nato a a Milano, si chiamava Michelangelo Merisi, ma scelse il nome di Caravaggio, tanto che molti pensavano che fosse nato nell’omonimo paese in provincia di Bergamo. A tredici anni iniziò a imparare la pittura, ma poi dovette andarsene perché fu accusato di omicidio. Da lì iniziò una serie di migrazioni, tutte dovute a atti di violenza.

Trasferitosi a Roma, diventò famoso, anche se molti lo criticavano per il suo eccessivo realismo, e perché, come modelli, sceglieva prostitute e frequentatori di bettole. Ma anche qui uccise in una rissa una persona e fu condannato dal Papa alla decapitazione.

Fuggì a Napoli e poi a Malta, dove ferì un membro dell’ordine dei cavalieri di San Giovanni in cui era entrato, e venne imprigionato. Riuscì a scappare e cercò riparo in Sicilia, tornò a Napoli dove lo attese la vendetta del cavaliere.

A quel punto, nonostante avesse una febbre molto alta, decise di tornare a Roma per chiedere la grazia, ma si spense, nel 1610 a Porto Ercole, senza sapere che il condono papale era già arrivato. Ne aveva vissute molte, ma aveva solo 38 anni.

Nel cimitero della cittadina toscana gli studiosi hanno trovato nove scheletri, ma solo uno era databile intorno al 17° secolo. Era alto circa 1,65 e aveva tra i 35 e i 40 anni. Non solo: nelle ossa erano presenti tracce evidenti di piombo. All’epoca i colori avevano un alto contenuto di questo metallo pesante.

E una delle ipotesi avanzate per la sua morte era proprio quella del saturnismo, la malattia di cui soffrivano quasi tutti i pittori del 500 e che porta, proprio come in Caravaggio, problemi psichiatrici e scompensi caratteriali. Si dice che il pittore usasse i suoi quadri come piatti in cui mangiare. L’intossicazione dunque era certa. Per confermare l’ipotesi, è stato fatto un prelievo di Dna, che è stato confrontato con altri uomini di cognome Merisi o Merisio, e che dovrebbero appartenere alla stessa famiglia. L’allotipo, una sequenza di determinate regioni in un gene, è lo stesso.

Per identificare la causa della morte, sono stati quindi prelevati i resti della polpa dentaria, dove potevano annidarsi le tracce del batterio che lo aveva ucciso, fosse brucellosi, malaria o sifilide, secondo le ipotesi avanzate da altri esperti. La sorpresa è invece stata trovare lo Staphilococcus aureus, prova di una ferita in suppurazione.

All’epoca non c’erano antibiotici. Ed è anche molto facile che Caravaggio, dato il suo carattere, avesse sottovalutato il problema. Finendo la sua vita in un modo poco eroico.

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