I residui radioattivi dei test nucleari sono arrivati in fondo all’oceano


Il ritrovamento in ambienti remoti come la Fossa delle Marianne del carbonio radioattivo usato nei test con gli ordigni nucleari dimostra la portata dell’impatto delle attività umane sul pianeta.

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Esemplare di Hirondellea gigas, un crostaceo che vive nelle profondità oceaniche.

Nel suo punto più profondo la Fossa delle Marianne, situata nell’oceano Pacifico occidentale, tra il Giappone e Papua Nuova Guinea, si inabissa fino a circa 11.000 metri al di sotto della superficie. È uno degli ambienti più inaccessibili della Terra, ma non è sfuggito all’impatto della violenza dell’umanità.

Un gruppo di scienziati ha ritrovato nei tessuti di crostacei che vivono nella trincea del carbonio 14, radioattivo, a livelli abbastanza elevati da indicarne l’origine: la detonazione di bombe nucleari. “Di solito pensiamo che le fosse oceaniche siano abbastanza remote e profonde da essere incontaminate.Ma in realtà, non è così”, dice Jiasong Fang, geo-microbiologo alla Hawaii Pacific University, che ha partecipato al nuovo studio. “Nelle fosse oceaniche può finire di tutto”.

Gli scienziati possono tracciare gli effetti delle detonazioni nucleari in superficie (la prima delle quali risale al 1945) misurando i livelli di carbonio 14, un isotopo radioattivo del carbonio che viene prodotto quando i neutroni delle reazioni nucleari collidono nell’atmosfera con atomi di azoto. (È anche prodotto naturalmente, a livelli più bassi, dai raggi cosmici che bombardano l’atmosfera.)

Negli anni cinquanta e sessanta, quando furono testate decine di bombe all’idrogeno, i livelli atmosferici di carbonio 14 sono raddoppiati. Una piccolissima quantità del “carbonio da bomba” di queste terrificanti esplosioni è decaduta, ma il resto si è diffuso in tutto il mondo e attraverso l’anidride carbonica è stato assorbito dalle piante, che vengono poi mangiate dagli animali, compresi gli esseri umani.

Finora, non era chiaro se il carbonio usato negli ordigni nucleari fosse riuscito a diffondersi negli anfratti più remoti del mondo, soprattutto nei mari più profondi. Perché la circolazione oceanica naturale riesca a trasportarlo nelle profondità della Fossa delle Marianne ci vorrebbero circa mille anni, e infatti, i primi test del nuovo studio hanno dimostrato che nelle acque di quell’abisso i livelli di carbonio 14 sono bassi, come si aspettavano i ricercatori in base ai lunghi tempi necessari perché passi dall’atmosfera alle profondità dell’oceano.

Ma quando hanno usato delle trappole per catturare e analizzare i crostacei che vivono a quelle profondità, Fang e colleghi hanno rilevato nei loro tessuti e nel contenuto intestinale dei livelli di isotopi molto più elevati che nelle acque circostanti. Il carbonio radioattivo doveva essere arrivato lì in un altro modo, più veloce: secondo i ricercatori, stava prendendo una scorciatoia attraverso la catena alimentare.

La materia organica, compresi gli escrementi e le carcasse degli organismi di superficie, sprofonda lungo la colonna d’acqua in poche settimane o mesi. Quando i crostacei che vivono sul fondale sgranocchiano quei bocconi, assorbono nel loro corpo la “firma” dei test nucleari, dicono i ricercatori nello studio, pubblicato online ad aprile su “Geophysical Research Letters”.

Di recente, altri studi condotti in tutto il mondo hanno identificato i residui dei test sulle armi nucleari della metà del XX secolo – ma anche dei disastri nucleari di Chernobyl e Fukushima – nei ghiacciai di montagna, un altro paesaggio spesso considerato incontaminato e remoto. Insieme ai risultati relativi alla Fossa delle Marianne, queste scoperte “dimostrano che la circolazione atmosferica e oceanica distribuisce la radioattività originata dalle bombe a livello globale, anche ai siti più remoti”, dice Edyta Lokas dell’Institute of Nuclear Physics PAS di Cracovia, in Polonia, che ha lavorato alla ricerca sui ghiacciai, presentata lo scorso aprile a un convegno della European Geoscience Union (EGU).

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Il fungo causato dall’esplosione del test della prima bomba a idrogeno, il 1° novembre 1952, nelle isole Marshall.

Peggio ancora, il fallout intrappolato nei ghiacciai include elementi radioattivi più preoccupanti (come l’americio-241, un prodotto del decadimento del plutonio), che potrebbero essere rilasciati a causa del riscaldamento globale e dello scioglimento dei ghiacci. “L’eredità della contaminazione radioattiva sarà avvertita da molte generazioni a venire”, dice Lokas.

Queste impronte evidenti e durature dei test nucleari sono uno dei segni proposti dagli scienziati che ritengono che gli esseri umani abbiano cambiato il pianeta a tal punto che ora vivremmo in un’epoca geologica distinta, spesso chiamata “Antropocene”. Secondo i sostenitori di questa idea, il fatto che i resti di queti test stiano raggiungendo i ghiacciai e le profondità oceaniche indica che l’uomo ha iniziato ad alterare radicalmente la geologia dell’intero pianeta. “Questo mostra che i segni della nostra specie stanno raggiungendo anche luoghi ritenuti remoti o lontani dall’influenza umana”, dice Jan Zalasiewicz, paleobiologo all’Università di Leicester, nel Regno Unito, che studia l’Antropocene.

Ma non sono solo impatti relativamente rari, come i test nucleari, ad aver raggiunto quegli ambienti remoti; vi si può trovare anche una contaminazione umana più “banale”. I ricercatori hanno riferito di recente di aver ritrovato delle microplastiche – frammenti di plastica più grandi, microsfere e fibre sintetiche – in tutti i crostacei testati della Fossa delle Marianne. “E’ un fatto scoraggiante, ma non inaspettato,” dice William Reid, un ecologo della Newcastle University che ha partecipato allo studio, pubblicato in febbraio su “Royal Society Open Science”. “Probabilmente è il tipo di ricerca più triste in cui sia mai stato coinvolto.” E stando ai risultati presentati alla riunione dell’EGU di aprile, le microplastiche sono state trovate anche nei ghiacciai.

Di fatto, le azioni dell’umanità hanno una portata così vasta che uno studio pubblicato su “Current Biology” nel 2018 ha ipotizzato che solo il 13 per cento degli oceani della Terra possa ancora essere ritenuto allo stato selvatico. “Dubito fortemente – dice Reid – che sulla superficie o sui fondali marini di questo pianeta siano rimasti molti luoghi che non abbiamo influenzato.”

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