Norvegia, rilevate emissioni radioattive 800mila volte superiori alla norma dal relitto di un sommergibile sovietico


Spedizione scientifica russo-norvegese per analizzare i campioni di acqua vicino al Komsomolets che si trova a 1700 metri di profondità. Riportate radiazioni per circa 800 Becquerel (Bq) per litro: il limite per il consumo di pesce o carne, stabilito dopo Chernobyl dalle autorità norvegesi, è quello di 600 Bq per chilo.

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Una spedizione scientifica russo-norvegese ha rilevato importanti emissioni radioattive dal relitto di un sommergibile militare sovietico affondato nel Mare di Norvegia. A 30 anni dall’incidente e dopo diverse missioni succedutesi nei decenni, per la prima volta vi sono dati che, seppur parziali, mostrano quanto sciagure simili possano avere severe conseguenze sia sulla popolazione che sulle attività economiche regionali. I primi campioni di acqua prelevata dal relitto del Komsomolets presentano radiazioni per circa 800 Becquerel (Bq) per litro, mentre i livelli odierni presenti nel Mare di Norvegia sono attorno gli 0,001 Bq per litro. In pratica, secondo l’esame dei campioni ricavati dalla missione guidata dall’Istituto di Ricerca Marina della Norvegia, vi sono radiazioni sino a 800mila volte superiori al normale. Il limite per il consumo di pesce o carne, stabilito dopo Chernobyl dalle autorità norvegesi, è quello di 600 Bq per chilo. Le acque circostanti sono di importanza strategica per il settore ittico dei paesi artici. L’export norvegese di prodotti della pesca vale circa 10 miliardi di euro.

Il Komsomolets si trova diverse centinaia di chilometri a Nord della città norvegese di Tromsø, in pieno oceano. Un sommergibile appartenente alla Flotta del Nord dell’Unione Sovietica impegnata, nell’aprile del 1989, in una missione di addestramento nelle gelide acque artiche. Un incendio scoppiato a bordo ne mise in avaria i sistemi elettrici. Furono 25 i marinai a salvarsi mentre 41 o 42 morirono nell’avvenimento o a causa della fuga radioattiva. I corpi giacciono nello scafo, a circa 1.700 metri di profondità. L’unità era un prototipo di sommergibile in grado di oltrepassare i sistemi di rilevamento SOSUS posizionati nel Nord dell’Atlantico e potenzialmente in grado di raggiungere le coste nordamericane, armato di testate nucleari.

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Hilde Elise Heldal, una ricercatrice dell’Istituto norvegese, si dice non preoccupata dal livello di emissioni, registrate soltanto nelle vicinanze dello scafo. Anche nel peggiore dei casi, se il Cesio radioattivo dovesse fuoriuscire dal Komsomolets, non dovrebbe avere un impatto diretto sulla pesca nel Mare di Barents, vista la profondità a cui si trova il relitto. Molto più pericolosa sarebbe invece una fuga in superficie, dovuta eventualmente ad un tentativo fallace di recupero del sommergibile.

Eppure, dopo così tanti anni, la spettrale carcassa del Komsomolets ha portato ad uno sforzo congiunto fra scienziati russi e norvegesi per studiare lo stato del sottomarino e la presenza di eventuali elementi radioattivi nelle acque circostanti. Un ulteriore fattore di rischio è la presenza sul sottomarino di ben due siluri, armati con testate nucleari. Già nel 1991, temendo un ulteriore scandalo internazionale poco dopo quello di Chernobyl, la marina dell’Unione Sovietica inviò una squadra sul luogo. Questa constatò un’esplosione sulla prua del sommergibile, proprio nella parte in cui questo ospita i siluri. Soltanto nel 1993 furono rilevate le prime particelle radioattive di Cesio-137.

Secondo il report delle prime operazioni russe successive all’incidente, disponibile negli archivi della Cia l’allora responsabile per le missioni subacquee, Tengiz Borisov, disse che nel caso di perdite non si sarebbe più potuto pescare nel Mare di Norvegia per 6-700 anni. Un altro studio norvegese portato avanti nel 1997 sostiene invece che il reattore e lo stesso sottomarino non saranno corrosi dall’ambiente circostante per almeno i prossimi mille anni.

Gli studi sul Komsomolets vengono portati avanti in un momento di grande attenzione verso questo tipo di eventi. Soltanto pochi giorni fa un altro incendio ha causato la morte di 14 marinai russi a bordo di un sottomarino russo in missione segreta, sempre nelle acque artiche. Anche in questo caso si tratta di un vascello a propulsione nucleare ma la cui principale attività rimane quella di ricerca e recupero di attrezzature rimaste sui fondali marini, grazie al particolare equipaggiamento meccanico presente sull’unità navale. Il Ministro della Difesa russo, Sergey Shoigu, si è affrettato a rassicurare direttamente il presidente Vladimir Putin, affermando che il reattore del Losharik è intatto e che la marina russa spera di poter rimetterlo in funzione al più presto.

Con ogni probabilità, sia il relitto del Komsomolets che quello di altri vascelli militari, affondati nelle acque circostanti, diverranno negli anni oggetto di ripetute e doverose missioni scientifiche internazionali. La speranza è che, nonostante i rapporti discontinui a livello politico fra Mosca e i Paesi europei, scienziati e istituti di varia provenienza possano collaborare per prevenire qualsivoglia ulteriore tragedia che possa colpire flora e fauna degli oceani artici, già in grave sofferenza per le conseguenze del cambiamento climatico antropogenico.

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