La risposta dei Maya alla crisi climatica


La crisi ambientale e i sempre più frequenti fenomeni estremi possono portare a instabilità sociale e conflitti. Dalla civiltà Maya arrivano preziose lezioni su come affrontare queste situazioni, ma la classe politica e le istituzioni devono farsi trovare pronte, per garantire resilienza e tenuta sociale.


Una ricerca multidisciplinare pubblicata su Nature Communications e condotta da Douglas Kennett, dell’Università della California Santa Barbara, combina dati archeologici, paleoclimatici ed etnostorici per spiegare il tracollo demografico, i conflitti civili e il crollo delle istituzioni di Mayapan, che è stata capitale dei Maya nello Yucatan tra il XIII e il XV secolo.

Ambiente e società

Sembra infatti che i violenti conflitti civili, il collasso sociopolitico e l’instabilità sociale che hanno attraversato la regione dello Yucatan tra il XIV e il XV secolo d.C. siano stati la conseguenza diretta di un periodo di siccità che ha fortemente impattato l’agricoltura di sussistenza e l’economia politica della civiltà mesoamericana. Questi, tuttavia, sono solo gli effetti immediati di quella momentanea crisi ambientale. Altrettanto importanti per comprendere il presente e mettere in atto delle politiche attive e lungimiranti, sono i dati che descrivono gli effetti sociali a lungo termine di queste crisi, come la migrazione, il calo demografico e la guerra.

L’esistenza di una relazione tra il sistema naturale e il sistema sociale è un fatto noto e molto studiato. Sono tuttavia pochi i dati e le testimonianze di come e quanto questi eventi abbiano impattato le società del passato, dati che risultano estremamente preziosi per comprendere il presente. Ricerche come questa ci permettono di fare proiezioni su come il cambiamento climatico attuale stia influenzando le dinamiche socio-politiche e su cosa possiamo ragionevolmente aspettarci dal futuro prossimo.

Dalla siccità al collasso della popolazione

In particolare, questo studio mostra come “la siccità prolungata abbia intensificato le tensioni tra le fazioni rivali”, condizione che ha progressivamente portato all’abbandono dei centri urbani, come Mayapan. Dalla frammentazione della capitale è sorta però una rete di centri politici molto resiliente, durata fino al contatto col popolo europeo all’inizio del XVI secolo d.C.

Le fluttuazioni demografiche della popolazione Maya sono ben documentate. Un primo e importante accentramento della popolazione urbana ha trovato il proprio culmine tra il 1200 e il 1320 d.C. A rilevarlo sono sia le fonti storiche, esposte a un certo grado di incertezza, sia l’analisi del materiale scheletrico umano datato al radiocarbonio e analizzato allo spettrometro di massa.

In generale si è osservato che a un intervallo di crescita tra il 1100 e il 1340 d. C., é seguito un forte calo, che è culminato in una vera e propria crisi popolazionale intorno al 1450.

Questi dati sono stati messi in relazione a quelli paleoclimatici. I depositi minerali nelle stalagmiti (grotte di Tzabnah, Tecoh e Mayapan), hanno mostrato la perfetta corrispondenza tra le fluttuazioni popolazionali e i cambiamenti climatici. I periodi siccitosi ed estremamente secchi corrisposero ai periodi di calo, mentre i momenti più prosperi dal punto di vista sociale corrisposero viceversa a periodi più umidi e regolarmente piovosi.

Le guerre civili

L’analisi dei resti umani rinvenuti nei numerosi depositi funerari ed extra-funerari vicino al Tempio Redondo e in altri siti del complesso (Q-80 e Itzmal Ch’en), collocati sempre in quel periodo, ha permesso di individuare le cause dirette della morte.

I risultati corroborano ciò che si legge sui documenti storici, ovvero che in quella fase la fazione del governo che faceva capo alla famiglia Xiu, perseguitò, torturò e giustiziò le fazioni rivali. L’ultima sepoltura di massa (Tempio di K’uk’ulkan) coincise con la distruzione di Mayapan e il successivo abbandono.

Ma i Maya si seppero adattare

Lo stato regionale alla fine si sciolse e i capi delle diverse fazioni tornarono a occupare i territori di origine, dove costruirono centri di potere ancora molto floridi al momento dell’invasione spagnola.

La civiltà Maya era già nota per la sua forte adattabilità genetica in risposta a fenomeni culturali e ambientali imprevisti. In questo caso si tratta però di una risposta culturale a un evento climatico imprevisto.

Subito dopo la frammentazione politica e lo scioglimento dello stato regionale, nacquero numerose realtà locali politicamente indipendenti ed economicamente intrecciate, centri politici che hanno saputo differenziare le proprie fonti di sussistenza adattandosi alle caratteristiche dell’ambiente e del territorio.

Oggi come allora, mostra la ricerca, il benessere naturale e il benessere sociale sono strettamente intrecciati. Il funzionamento delle istituzioni, i diritti civili, la ricchezza e (soprattutto oggi) la pace tra i popoli e le nazioni, dipendono dal benessere del pianeta e dalla disponibilità di risorse, a maggior ragione per chi ha un’economia di sussistenza ed è quindi fortemente esposto a eventuali crisi alimentari.

L’Internal Displacement Monitoring Centre (rapporto Groundswell 2021), stima che “entro il 2050 fino a 216 milioni di persone potrebbero spostarsi all’interno dei propri paesi a causa degli impatti dei cambiamenti climatici a insorgenza lenta”. Inoltre, 25 milioni di persone ogni anno sfollano a causa di disastri ambientali, tre volte il numero di persone sfollate a causa di conflitti e violenze. Per non parlare dei popoli che rimangono intrappolati nel proprio hotspot climatico, esposti “alla povertà continua, al degrado della terra e dell’acqua, alla perdita di mezzi di sussistenza ed ecosistemi, all’insicurezza alimentare, ai rischi per la salute e all’aumento della disuguaglianza”.

Gli eventi climatici estremi saranno sempre più frequenti, e occorre farsi trovare preparati per garantire stabilità sociale e prevenire l’insorgere di diseguaglianze e conflitti.

Oggi, a differenza di allora, abbiamo i mezzi e le capacità di formulare previsioni attendibili sul futuro, e questo ci rende capaci, se lo vogliamo, di influenzarlo nel modo migliore, per la società e l’ambiente.

Fonte

Un pensiero su “La risposta dei Maya alla crisi climatica

  1. L’ha ripubblicato su MARY CALVO e ha commentato:
    “Gli eventi climatici estremi, saranno sempre più frequenti e occorre farsi trovare preparati per garantire stabilità sociale e prevenire
    l ‘insorgere di diseguaglianze e conflitti.
    Oggi, a differenza di allora, abbiamo i mezzi e le capacità di formulare previsioni attendibili sul futuro, e questo, ci rende (ci auguriamo) capaci di influenzarlo nel miglior modo possibile!”.
    NOTA : Il Rapporto Grandswell del 2021 stima che entro il 2050 fino a 216 milioni di persone , potrebbero spostarsi all’interno dei propri paesi, a causa dei cambiamenti climatici”…”per non parlare dei 25 milioni di persone (stima non verificata da me), che ogni anno sfollano a causa dei disastri ambientali”.

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